8 marzo, molestie e stupri in redazione: l’inchiesta di IrpiMedia e le cento voci delle giornaliste

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A pochi giorni dall’8 marzo, una giornata che dovrebbe celebrare i diritti e i traguardi raggiunti dalle donne, arriva puntuale come un pugno nello stomaco la fotografia di un settore, quello dell’informazione, dove la parità di genere sembra essere ancora un miraggio lontano. È quanto emerge con drammatica chiarezza dall’inchiesta pubblicata da IrpiMedia, “Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani”, firmata dalle giornaliste Alessia Bisini, Francesca Candioli, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi, che hanno raccolto e dato voce a cento colleghe, costringendo chi legge a guardare in faccia una realtà troppo a lungo taciuta. Il lavoro, frutto di oltre un anno di interviste faticose e dolorose, scava nel profondo di un sistema che sembra strutturato per proteggere gli aggressori e isolare le vittime, costrette spesso a scegliere tra il silenzio e la fine della propria carriera.

Le storie che emergono da questo mosaico di dolore disegnano un ventaglio di violenze che spazia dalle molestie verbali, quelle che taluni ancora oggi amano liquidare come “galanteria” o “linguaggio spiccio da redazione”, fino a veri e propri stupri consumati tra le mura degli uffici. Tra le cento testimonianze, ce n’è una, quella di Adele, che parla di uno stupro subito dall’editore della testata per cui lavorava: un uomo, lo racconta con sgomento la vittima, che appariva come un rispettabile padre di famiglia e che invece l’ha aggredita nel suo ufficio quando lei aveva trent’anni, provocandole un crollo psicologico tale da spingerla fino al tentativo di suicidio. C'è poi la vicenda di Aurora, che durante un viaggio di lavoro ha dovuto difendersi da una tentata violenza da parte di un collega, e quella di Cinzia, giornalista freelance, bersagliata per mesi da apprezzamenti via WhatsApp dal caporedattore, il quale ha poi tentato di baciarla con la forza. Altre ancora, come Dora, raccontano di cene con i dirigenti proposte come condizione per ottenere opportunità professionali, un ricatto sessuale che trasforma il merito in merce di scambio.

Il profilo degli abusatori e le conseguenze sulla vita delle professioniste

L’indagine non si limita a elencare i fatti, ma cerca di tracciare anche un profilo di chi questi abusi li compie e di chi li subisce. Dai dati raccolti, emerge con chiarezza che il potere in redazione ha un volto e spesso abusa della sua posizione: nel 43% dei casi, le molestie e le violenze sono state perpetrate da direttori, mentre nel 26% si è trattato di capiredattori e in un residuale 2% degli stessi editori. A essere colpite, quasi in egual misura, sono tanto le giornaliste assunte quanto le freelance, queste ultime in una posizione di particolare vulnerabilità contrattuale che rende ancora più difficile alzare la testa e denunciare. L’età in cui si è più esposte è quella compresa tra i 25 e i 34 anni, il momento cioè in cui si cerca di costruirsi una carriera e ci si trova più facilmente in balia di superiori senza scrupoli. Le conseguenze sulla salute mentale di chi ha subito queste violenze sono devastanti e documentate nell’inchiesta: si parla di tentativi di suicidio, come nel caso di Adele, ma anche di un diffuso e frequente ricorso a psicoterapia e psicofarmaci per cercare di arginare un malessere profondo che non risparmia nessun aspetto dell'esistenza.

I danni economici e la guerra al linguaggio di genere

Non sono solo le ferite psicologiche a segnare la vita di queste professioniste, ma anche quelle economiche e professionali. Le molestie sessuali, si legge nell’inchiesta, causano interruzioni di carriera, periodi di disoccupazione e una perdita secca di reddito, costringendo molte a lasciare il lavoro pur di sottrarsi a un ambiente divenuto tossico e ostile. Un dato impressionante riguarda il danno economico quantificato da uno studio di consulenza del lavoro per una delle giornaliste intervistate, vittima di un ricatto sessuale: su un arco di 22 anni di carriera, la perdita dovuta al mancato avanzamento professionale è stata stimata in oltre un milione di euro. A tutto ciò si aggiunge una quotidiana battaglia culturale, fatta di resistenze e piccole umiliazioni, per esempio sull'uso del femminile e di un linguaggio rispettoso. Diverse testimonianze raccontano di articoli interi, scritti al femminile, che venivano puntualmente riscritti dai capi usando il maschile sovraesteso, e di discussioni estenuanti per evitare che le foto delle intervistate venissero scelte con criteri “sessualizzanti”, nonostante le carte deontologiche fossero affisse alle pareti delle redazioni.

Un fenomeno sistemico che persiste negli anni

Quella tracciata da IrpiMedia non è purtroppo una fotografia inedita, ma la conferma di un sistema malato che non accenna a cambiare. Già nel 2019, un sondaggio della Fnsi in collaborazione con la statistica Linda Laura Sabbadini rivelava che l’85% delle 1.132 giornaliste intervistate aveva subito molestie almeno una volta nella propria carriera. E nel 2024, la stessa testata indipendente aveva pubblicato l’inchiesta “Voi con queste gonnelline mi provocate”, raccogliendo le testimonianze di 239 studenti e studentesse delle scuole di giornalismo, un terzo dei quali aveva raccontato di discriminazioni e molestie già durante il periodo di formazione. A mantenere in piedi questo edificio di sopraffazione contribuisce anche la cosiddetta “segregazione verticale”, come spiega Monia Azzalini, ricercatrice dell’università di Pavia: la sovrarappresentanza maschile nei livelli apicali impedisce alle donne di fare carriera, un fenomeno che nei settori con criteri di progressione più rigidi, come la pubblica amministrazione, tende invece a ridursi. La conseguenza pratica, certificata dall’Inps, è che i giornalisti guadagnano in media il 16% in più delle loro colleghe, un divario che si trascina inevitabilmente fino agli assegni pensionistici.

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