La manovra romana del rigore: quando il fisco penalizza il motore produttivo del paese
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Redazione Interno
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Mentre l’amministrazione di Donald Trump riafferma il peso globale degli Stati Uniti, accentuando – com’è noto – una politica di potenza che trascina anche gli alleati della Nato, l’Italia definisce le sue scelte economiche attraverso una legge di Bilancio che, per molti osservatori, sembra rispondere più a logiche di riarmo che alle necessità strutturali del suo tessuto produttivo. Una scelta che, inevitabilmente, crea un cortocircuito con quelle realtà, come il distretto di Modena e buona parte dell’Emilia-Romagna, dove la ricchezza nasce dal lavoro quotidiano di officine, fabbriche e aziende agricole, le quali – è bene ricordarlo – sostengono da decenni l’export nazionale senza poter contare su interventi pubblici significativi. La capacità di generare valore, in quelle province, si scontra ogni giorno con il carico fiscale e con una burocrazia spesso asfissiante, elementi che la recente manovra finanziaria non ha affrontato in maniera organica, preferendo invece destinare risorse ingenti al settore della difesa.
Il peso di una scelta strategica
Strumento cardine dell’indirizzo politico di un esecutivo, la legge di Bilancio dovrebbe delineare un modello di sviluppo per il paese; quella per il 2026, però, stando all’analisi di economisti come Fedele De Novellis di Ref Ricerche, avrà un impatto quasi nullo sulla crescita, continuando su una traiettoria di rigore dei conti pubblici iniziata anni fa. Il raggiungimento del famoso obiettivo del deficit al 3% del Pil, per quanto tecnicamente apprezzabile e utile a calmierare i mercati, rischia di apparire come un mero esercizio di contabilità se non si traducono i risparmi in investimenti per la competitività. “L’allentamento fiscale verrà, che piaccia o no, dalle spese nel settore della difesa”, ha sottolineato De Novellis, indicando come il vero snodo della questione risieda proprio in ciò che la manovra omette: un taglio strutturale della pressione su imprese e lavoratori.
La forbice tra produzione e fiscalità
Nelle zone a più alta densità manifatturiera, dove operai specializzati e piccoli imprenditori mantengono in vita filiere d’eccellenza – dalla meccanica di precisione alla ceramica, dall’agroalimentare all’automotive –, la sensazione diffusa è di un tradimento. Si lavora, si innova e si compete sui mercati internazionali, ma gli utili, già compressi dai rincari energetici e dalle crisi di approvvigionamento, vengono erosi dal fisco; gli stipendi, dal canto loro, faticano a crescere nonostante l’aumento della produttività. Una dinamica, questa, che alimenta un malessere profondo e che trova conferma nell’assenza, nella manovra, di misure capaci di alleggerire il costo del lavoro e di rilanciare gli investimenti privati in ricerca e sviluppo, lasciando così che il motore dell’economia nazionale arranchi.
Le priorità nascoste e il dibattito pubblico
Il nuovo podcast dell’Alleanza Clima Lavoro, curato da Massimo Alberti e intitolato “Sbilanciamoci – L’economia com’è e come può essere”, solleva proprio questa cruciale domanda sulle priorità di spesa, interrogandosi sul modello di sviluppo che il paese intende perseguire. La scelta di privilegiare alcune voci di bilancio – come, appunto, quelle legate alla difesa in un contesto geopolitico teso – a scapito del welfare, della transizione ecologica e del sostegno al reddito, delinea un orizzonte preciso. Un orizzonte in cui la stabilità dei conti pubblici, seppur fondamentale, non si traduce in una prospettiva di miglioramento concreto per chi, ogni giorno, genera il prodotto interno lordo nelle fabbriche e nei campi, vedendo invece allontanarsi la promessa di un alleggerimento del carico che grava sulle proprie spalle.




