Teheran vede una nuova guerra con gli Usa e Trump punta il dito su Cuba
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il vice comandante del Comando di Khatamolanbia, Mohammad Jafar Assadi, ha rotto un silenzio carico di attese per dichiarare, senza mezzi termini, che una nuova guerra tra l’Iran e gli Stati Uniti è ormai “probabile”. Un’affermazione, la sua, che non lascia spazio a interpretazioni ambigue: le forze armate iraniane, ha aggiunto, hanno predisposto “misure sorprendenti” contro quella che definisce la bellicosità del nemico, misure talmente imprevedibili – a suo dire – da non poter essere nemmeno immaginate da chi le subirà. La postura di Teheran, in questo frangente, si fa quindi ostentatamente offensiva sul piano retorico, pur rivendicando una prontezza operativa totale: “L’Iran è pienamente pronto a fronteggiare qualsiasi mossa ostile”, ha scandito Assadi, gettando un’ombra ancora più fitta su uno scenario già surriscaldato.
La trappola senza uscita per Washington secondo i generali iraniani
Ma c’è un passaggio, nelle parole del vice comandante, che suona quasi come una provocazione studiata a tavolino: “Non fa alcuna differenza se gli Stati Uniti conducono operazioni militari contro l’Iran o meno, poiché gli Stati Uniti sono caduti in una trappola dalla quale non hanno via d’uscita”. Una frase, quest’ultima, che i vertici militari della Repubblica islamica ripetono ormai da mesi nei loro vertici a porte chiuse, ma che raramente era stata esternata con tanta secchezza. Il senso, per chi conosce la dottrina strategica di Teheran, è chiaro: qualsiasi azione – o non azione – americana nella regione finirebbe per avvantaggiare l’asse della Resistenza, con un effetto moltiplicatore sulle crisi che già dissanguano il Medio Oriente.
Il tycoon dalla Florida: “Finito con l’Iran, prenderò il controllo di Cuba”
A rendere il quadro internazionale ancora più incandescente, però, è stata una nuova, fulminea dichiarazione di Donald Trump, il presidente americano che ormai da più di un anno siede nuovamente alla Casa Bianca. Parlando da Palm Beach, in Florida, Trump ha letteralmente fatto scorrere il mappamondo con un gesto secco: “Finito con l’Iran, prenderò il controllo di Cuba”. Un lampo retorico, il suo, che però sembra poggiare su qualcosa di più concreto di una semplice sparata elettorale. Il tycoon ha accennato al possibile tragitto di una portaerei – molto probabilmente la Abraham Lincoln, attualmente in procinto di lasciare le acque al largo dell’Oman insieme alla Gerald Ford – suggerendo che, rientrando dal Golfo Persico, la nave potrebbe “fermarsi davanti all’Avana”. Come se il passaggio da un fronte all’altro fosse solo una questione di miglia nautiche.
L’Avana ritira le sanzioni e riappare Raul Castro sullo sfondo
E mentre Trump assicura che l’America “prenderà il controllo” dell’isola “quasi immediatamente”, aggiungendo a sostegno di questa tesi che gli stessi cubani accoglierebbero i marines a braccia aperte con un “Grazie! Ci arrendiamo”, dalla Casa Bianca sono già arrivate nuove sanzioni. Il provvedimento colpisce banche straniere accusate di fare affari con L’Avana e impone ulteriori restrizioni economiche, in una escalation che il regime cubano ha definito “illegale” attraverso il ministro degli Esteri, il quale ha parlato di scelte “offensive”. Sullo sfondo, a tenere i fili di una diplomazia ridotta all’osso, è riapparso Raul Castro – il vecchio leader che formalmente lasciò la presidenza, ma la cui ombra pesa ancora su ogni decisione strategica – mentre a trattare con gli americani sarebbe il nipote, in una gestione familiare del potere che L’Avana non ha mai smentito. La tensione, insomma, torna a salire di tono su due fronti distinti ma collegati da un unico, nervoso filo conduttore: la proiezione di forza di un’America che non vuole più attendere.




