Ospedali piemontesi, 32mila infezioni l’anno: un terzo resiste agli antibiotici

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Ogni anno, nei reparti degli ospedali del Piemonte, il conto sale. Su circa 400mila ricoveri, poco meno di un decimo, precisamente 32mila, comporta per i pazienti un’infezione contratta durante la degenza. Il dato, emerso nel corso di un’audizione in Quarta commissione del Consiglio regionale, fotografa una realtà che varia sensibilmente a seconda della vulnerabilità del paziente e del livello di invasività delle cure: si supera abbondantemente il 20% nei reparti di terapia intensiva, mentre si scende al di sotto della soglia del 5% in neurologia o nei reparti di neonatologia. La questione, però, non si esaurisce nell’epidemiologia numerica di quelle che tecnicamente vengono definite infezioni correlate all’assistenza (ICA). Il nodo, ben più spinoso, riguarda la natura stessa dei microrganismi responsabili: in un caso su tre, infatti, si tratta di batteri che non rispondono più ai trattamenti farmacologici tradizionali, un fenomeno, quello dell’antibiotico-resistenza, che complica la gestione clinica e allunga i tempi di degenza.

La risposta regionale tra app e monitoraggio ambientale

Di fronte all’evidenza che gli antibiotici, in determinate circostanze, non sortiscono più l’effetto desiderato, la Regione Piemonte sta mettendo a punto un ventaglio di contromisure che spaziano dalla digitalizzazione alla sorveglianza ambientale. Tra le novità allo studio, come riferito dai tecnici in Commissione, figura lo sviluppo di una applicazione dedicata alla medicina territoriale: l’obiettivo, per i medici di famiglia, è quello di supportare scelte prescrittivi più mirate e consapevoli, riducendo il ricorso a molecole ad ampio spettro quando non strettamente necessarie. Parallelamente, viene potenziato il monitoraggio ambientale, che si spingerà fino all’analisi dei depuratori per tracciare la diffusione di geni resistenti nell’ecosistema, un fronte caldo nell’ottica della salute unica, quella che mette in relazione uomo, animale e ambiente. Per i reparti ospedalieri, infine, si lavora a linee guida più stringenti per uniformare le procedure e limitare la propagazione dei patogeni.

Consumi in calo, ma il ritardo sull’Europa resta

L’analisi dei consumi, presentata in Consiglio da Bartolomeo Griglio, dirigente del settore Prevenzione e sanità pubblica della Regione, restituisce un quadro fatto di luci e ombre. In ambito umano, tra il 2022 e il 2023, si è registrata una contrazione nell’uso di alcune classi di antibiotici, con un calo del 10% per i fluorochinoloni e del 3% per l’amoxicillina associata all’acido clavulanico. Un segnale positivo, che indica una maggior attenzione da parte dei prescrittori, ma che non basta a colmare il divario con la media europea: l’Italia, e il Piemonte in questo non fa eccezione, sconta ancora un’abitudine al consumo di antibiotici più elevata rispetto a molti partner continentali. Un capitolo a parte meriterebbe, per contrasto, il comparto veterinario, dove le politiche di riduzione hanno portato a risultati più che incoraggianti, con un crollo dell’utilizzo di questi farmaci che in alcuni casi raggiunge punte del 70%, tanto da rendere il sistema di supervisione italiano un punto di riferimento a livello europeo.

L’identikit delle infezioni resistenti e la sfida dei reparti critici

I numeri diffusi in Commissione offrono lo spunto per comprendere la stratificazione del problema all’interno delle strutture sanitarie. Se in reparti a bassa intensità di cura, come la neurologia, il rischio infettivo si mantiene contenuto, sono le aree critiche a fare da termometro della situazione. In terapia intensiva, dove la necessità di praticare manovre invasive come l’intubazione o il posizionamento di cateteri venosi centrali è frequente, la percentuale di infezioni acquisite schizza verso l’alto, superando un quinto dei pazienti ricoverati. Ed è proprio in questi ambienti, dove la pressione selettiva esercitata dall’uso massiccio di farmaci è maggiore, che si annidano i ceppi più difficili da debellare, quelli che rendono vano l’effetto delle penicilline e dei loro derivati, obbligando i clinici a ricorrere a molecole di ultima istanza o a combinazioni terapeutiche complesse, con tutto ciò che ne consegue in termini di tossicità e costi sanitari.

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