Guerra Usa-Iran, il generale Tota: “Escalation non conviene a nessuno. Teheran non ha capacità nucleari”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si infittiscono le trame della diplomazia sullo sfondo di un conflitto che, dopo tre settimane di bombardamenti e razzi, sembra aver raggiunto una fase di stallo operativo prima di una possibile riorganizzazione strategica. Mentre il presidente americano Donald Trump annuncia pubblicamente l’avvio di trattative – dichiarando in un video diffuso da “Studio Aperto” di essere impegnato in una trattativa per porre fine alle ostilità – da Teheran arrivano smentite secche rispetto all’esistenza di contatti diretti. A inquadrare la situazione sul terreno, in un momento in cui le ipotesi di tregua si alternano alle minacce di “distruzione totale” lanciate dalla Casa Bianca, è il generale di Corpo d’armata Giuseppenicola Tota, già comandante della Brigata Garibaldi, dell’Accademia militare e delle Forze operative Sud, nonché reduce da missioni nei teatri di Sarajevo, Kosovo, Iraq e Libano. Il punto fermo, secondo l’analisi dell’alto ufficiale oggi presidente dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, è che l’escalation non conviene a nessuno, specie alla luce di una capacità nucleare iraniana che, a suo avviso, resta sostanzialmente inesistente sul piano operativo.

Le avvisaglie di un negoziato tra smentite e giochi di potere

Il canale della diplomazia parallela, tuttavia, sembra essersi messo in moto già da qualche giorno. Secondo quanto ricostruito dal sito Axios, all’interno dell’amministrazione Trump sarebbero in corso le prime discussioni su come potrebbe svolgersi una fase di colloqui di pace. A gestire questa delicata partita sarebbero figure di fiducia stretta del presidente, come l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, entrambi coinvolti nelle valutazioni su una possibile iniziativa diplomatica. La stessa fonte americana parla di una pausa nei raid – un vero e proprio stop di cinque giorni agli attacchi sulle infrastrutture energetiche – che avrebbe aperto un varco temporaneo per la de-escalation, facilitato anche dalla mediazione di attori regionali come Pakistan, Egitto e Turchia. Questi paesi, secondo indiscrezioni, avrebbero agito da tramite per messaggi indiretti tra Washington e Teheran, cercando di contenere un conflitto che rischia di allargarsi a macchia d’olio. Ma la linea ufficiale della Repubblica Islamica, filtrata attraverso agenzie di stampa vicine ai Pasdaran, è di segno opposto: si parla di “fake news” messe in circolazione per calmierare il prezzo del petrolio e guadagnare tempo utile per il dispiegamento militare americano. Il portavoce del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, figura che alcuni media avevano indicato come possibile interlocutore, ha smentito con fermezza ogni contatto, definendo le notizie “completamente false”.

Il nodo dello Stretto di Hormuz e la posizione attendista del Giappone

Mentre i riflettori sono puntati sulle diplomazie parallele, il teatro operativo continua a registrare tensioni alte. In un contesto di raid che hanno colpito infrastrutture civili come una radio e un ospedale nella capitale iraniana, lo scenario strategico vede protagonisti anche attori esterni al conflitto diretto. Particolarmente significativa è la posizione del Giappone, che ha scelto per il momento di non richiedere a Teheran alcuna autorizzazione speciale per il transito delle proprie petroliere nello Stretto di Hormuz. Una decisione, quest’ultima, che arriva nonostante l’offerta iraniana di agevolare il passaggio delle navi nipponiche. Tokyo rimane così agganciata a una linea di prudenza assoluta, consapevole che la rotta di Hormuz rappresenta un’arteria cruciale per il proprio approvvigionamento energetico e che qualsiasi mossa unilaterale potrebbe essere interpretata come uno schieramento. La scelta giapponese riflette la difficoltà di navigare in un passaggio obbligato divenuto, di fatto, un polveriera pronta a esplodere al minimo innesco.

La visione del generale Tota: capacità nucleari inesistenti e costi dell’escalation

A gettare luce sulla reale portata della minaccia e sulla possibilità di una tregua è l’analisi tecnica del generale Tota. Con alle spalle una carriera spesa nei teatri più complessi del dopoguerra, il comandante traccia un quadro lucido delle rispettive potenzialità. A suo avviso, al di là della retorica bellicista, la Repubblica Islamica dell’Iran non possiede al momento una capacità nucleare operativa tale da ribaltare gli equilibri strategici della regione. Un elemento, questo, che ridimensiona le paure di una catastrofe atomica imminente, ma che non abbassa la soglia di attenzione su quello che resta un conflitto convenzionale ad alta intensità. L’idea che filtra dalle sue dichiarazioni è che nessuno dei due attori abbia un reale interesse a spingere il pedale dell’accelerazione fino al punto di non ritorno. Da un lato, gli Stati Uniti, nonostante la retorica aggressiva di Trump, devono fare i conti con la logistica di una guerra prolungata in un’area vastissima e con il rischio di vedere colpiti i propri alleati nel Golfo. Dall’altro, l’Iran, pur vantando un arsenale missilistico ancora consistente nonostante i recenti danneggiamenti, ha tutto da perdere in uno scontro frontale che potrebbe mettere a rischio le fondamenta stesse del regime.

Il quadro attuale, dunque, è quello di una guerra combattuta con i bombardamenti ma gestita con la diplomazia, in cui ogni attacco cerca di ritagliarsi uno spazio per un eventuale negoziato futuro. I contatti, veri o presunti che siano, tra lo staff di Trump e i mediatori regionali dimostrano che l’opzione militare pura, per quanto devastante, sta lasciando il posto a una fase più complessa di valutazione delle convenienze. Una valutazione che, nelle parole del generale Tota, pende chiaramente dalla parte della trattativa, perché la distruzione totale – minacciata da Trump – è un esito che nessuno, nella sostanza, può permettersi di gestire senza subire conseguenze irreversibili.

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