Iran, quanti missili possiede davvero e quale capacità di lancio le resta dopo gli attacchi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’interrogativo che in queste ore tiene banco nei centri di comando occidentali, così come nelle stanze della diplomazia internazionale, riguarda la consistenza residua dell’arsenale missilistico iraniano; un rebus sul quale le agenzie di intelligence faticano a trovare una sintesi condivisa, producendo stime che non solo divergono, ma talvolta si pongono su fronti diametralmente opposti. Da un lato, fonti vicine ai comandi militari di Israele e Stati Uniti lasciano filtrare un cauto ottimismo, sottolineando l’efficacia delle campagne condotte dai loro reparti, mentre dall’altro emergono rapporti che dipingono una Teheran ancora in grado di rifornire i propri silos e di mantenere una capacità produttiva tutt’altro che irrilevante. Se la scorsa settimana, dopo i primi consistenti scambi, si era diffusa la voce che dei circa mille missili a disposizione del regime ne fossero rimasti pochissimi – al punto che a Tel Aviv si valutava la riapertura degli istituti scolastici – le valutazioni più aggiornate e articolate, alcune delle quali provenienti da apparati di sicurezza israeliani, raccontano una realtà più complessa e sfumata.

Secondo quanto ricostruito in queste ore, prima dell’avvio dell’operazione denominata “Leone Rugginoso”, lanciata lo scorso giugno, l’arsenale di Teheran si aggirava attorno alle tremila unità; una cifra che, al termine di quella fase del conflitto, era stata ridimensionata a circa millecinquecento vettori. Tuttavia, e qui risiede il nodo centrale della valutazione strategica, la Repubblica Islamica avrebbe messo in campo una massiccia opera di riproduzione e rifornimento, tanto che le stime pià recenti formulate dall’IDF parlano di una risalita a duemilacinquecento missili balistici. Una dinamica, questa, che confermerebbe la resilienza di una filiera produttiva che gli analisti del New York Times, citando ufficiali israeliani, descrivono in grado di sfornare diverse decine di missili al mese, con una tendenza all’accelerazione nelle ultime settimane. Di parere leggermente differente un’analisi ripresa dal Times, secondo la quale il numero si attesterebbe invece sulle duemila unità, ma con la precisazione, fornita da fonti americane, che la capacità mensile di produzione si aggirerebbe comunque sui cento pezzi.

A complicare il quadro, e a rendere precario ogni tentativo di previsione sull’effettiva capacità di fuoco residua, interviene la natura stessa degli obiettivi colpiti dalla coalizione. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, intervenuto in un’intervista a Fox Business, ha parlato senza mezzi termini della più grande campagna di bombardamenti mai condotta contro le infrastrutture missilistiche iraniane, menzionando esplicitamente i lanciatori e le fabbriche deputate alla costruzione dei vettori come bersaglio primario dell’operazione in corso. Una dichiarazione che trova riscontro in quanto affermato da un alto funzionario israeliano al NYT, secondo il quale i recenti attacchi avrebbero distrutto circa duecento lanciatori, pari a circa la metà di quelli attualmente in possesso di Teheran, oltre a metterne fuori uso dozzine di altri. Lo stesso funzionario ha aggiunto che l’intento dichiarato è quello di ritardare di “diversi anni” lo sviluppo di armamenti avanzati, colpendo non solo i siti di lancio ma anche i centri di produzione di esplosivi e le fabbriche di missili anticarro destinati a Hezbollah.

Lo scenario, quindi, si presenta come una partita a scacchi giocata su due livelli: quello dell’arsenale già dispiegato e pronto all’uso, che subisce erosioni quotidiane, e quello della capacità industriale di rimpiazzare le perdite, che gli israeliani tentano di azzerare con ripetuti raid. In questo contesto, l’ambasciatore israeliano a Seul, Rafael Harpaz, ha ribadito come l’obiettivo non sia soltanto lo smantellamento del programma nucleare, ma anche la neutralizzazione della produzione in serie di missili balistici, che Teheran avrebbe ripreso con decisione dopo la guerra di giugno, approfondendo al contempo le sue strutture sotterranee. Una linea, quella della continuazione senza sosta e senza compromessi, ribadita dal premier Benjamin Netanyahu in un discorso alla nazione, nel quale ha rivendicato il controllo quasi totale dello spazio aereo sulla capitale nemica grazie all’operato congiunto dei piloti israeliani e statunitensi.

Dall’altra parte, però, la macchina da guerra iraniana non mostra segni di cedimento strutturale, nonostante la perdita di figure apicali come la guida suprema Ali Khamenei. Il delle Guardie della Rivoluzione Islamica, secondo un’analisi diffusa dal Times of India, starebbe agendo in base a direttive anticipate ricevute prima della morte del leader, mantenendo una sostanziale indipendenza operativa e continuando a rappresentare la più grande minaccia missilistica nell’Asia occidentale, forte di un arsenale diversificato che include vettori a corto e medio raggio come lo Shahab-3, il Ghadr, e i più recenti Fattah ipersonici, capaci di coprire distanze fino a duemila chilometri e di raggiungere, di conseguenza, basi statunitensi e territorio israeliano. Lo stesso ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in un’intervista ad Al Jazeera, ha lasciato intendere che le unità militari, ora di fatto indipendenti e isolate, agiscono seguendo istruzioni generali impartite in precedenza, a riprova di una struttura di comando pensata per resistere anche alla decapitazione dei suoi vertici politici.

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