Netanyahu: “L’Iran oggi non ha la capacità di arricchire l’uranio”
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Redazione Esteri
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A venti giorni dall’inizio dell’offensiva congiunta tra Stati Uniti e Israele, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivendicato il successo dell’operazione nel ridurre significativamente le capacità strategiche di Teheran. Intervenendo in conferenza stampa a Gerusalemme – la prima in presenza da quando è scattata la campagna militare lo scorso 28 febbraio – Netanyahu ha dichiarato che la Repubblica islamica non è più in grado di arricchire l’uranio né di produrre missili balistici. Due obiettivi, ha spiegato, che sarebbero stati raggiunti grazie all’azione combinata delle forze alleate, mentre un terzo – il rovesciamento del regime – resta nelle mani del popolo iraniano. La valutazione, per certi versi categorica, è arrivata in un momento di forte tensione sul campo, quando lo stesso Netanyahu ha dovuto fare i conti con le conseguenze di un’offensiva che ha ormai coinvolto l’intera regione, dai Paesi del Golfo fino al Libano, con pesanti ripercussioni sull’economia globale.
Netanyahu ha poi cercato di ridimensionare le voci di una frattura con l’amministrazione Trump, smentendo con fermezza le ricostruzioni secondo cui il suo governo avrebbe spinto gli Stati Uniti a entrare nel conflitto. “Non è solo una bufala, è ridicolo”, ha detto il premier israeliano, lasciando intendere come sia fuori discussione l’idea che qualcuno possa dettare l’agenda al presidente americano. “C’è chi pensa davvero che qualcuno possa dire al presidente Trump cosa fare? Andiamo”, ha aggiunto, ribadendo che la Casa Bianca prende le proprie decisioni in autonomia, basandole esclusivamente sugli interessi nazionali degli Stati Uniti. In realtà, i dettagli emersi nei giorni scorsi raccontano di un rapporto più complesso: l’attacco al giacimento di gas di South Pars, condotto da Israele mercoledì scorso, ha scatenato una reazione immediata da parte di Trump, il quale avrebbe chiesto a Netanyahu di trattenersi da ulteriori azioni mirate contro le infrastrutture energetiche iraniane, una richiesta alla quale il governo di Gerusalemme ha dichiarato di essersi adeguato.
Obiettivi divergenti e la gestione della coalizione
Mentre il primo ministro israeliano insiste sulla necessità di proseguire l’offensiva – “il rischio sarebbe enorme se non avessimo agito”, ha sottolineato – negli Stati Uniti si fanno strada valutazioni tattiche parzialmente differenti. Secondo quanto riferito dal *Washington Post*, il presidente Trump punterebbe a una conclusione rapida del conflitto, mentre Netanyahu sembrerebbe orientato a mantenere la pressione per un periodo più lungo, nella convinzione che solo un’erosione prolungata possa garantire la rimozione della minaccia esistenziale rappresentata dal programma nucleare e missilistico di Teheran. I due leader, peraltro, mostrano un diverso approccio rispetto all’obiettivo finale: se l’amministrazione americana ha concentrato i propri sforzi sulla distruzione delle capacità militari più avanzate (dalle batterie di difesa aerea alle flotte navali), Israele non ha mai nascosto l’ambizione di innescare un cambiamento di regime più profondo. Una divergenza che è emersa anche in sede di intelligence, dove i vertici della sicurezza americana hanno riconosciuto pubblicamente che gli obiettivi dichiarati dai due alleati non sono perfettamente allineati.
Lo scontro si allarga al Golfo e l’asse delle intercezioni
Sul terreno, il conflitto ha ormai valicato i confini tra i due attori principali per trasformarsi in una crisi regionale che coinvolge tutti i Paesi del Golfo. Nelle ultime ore, i sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti hanno intercettato quattro missili e ventisei droni lanciati dall’Iran, mentre le autorità locali hanno confermato l’attivazione delle procedure di emergenza per gestire le schegge dei velivoli abbattuti. Una situazione analoga si è verificata in Kuwait e in Arabia Saudita, dove le difese antiaeree sono state messe a dura prova da una serie di attacchi che hanno preso di mira anche basi militari statunitensi nella regione. L’Iran, dal canto suo, ha intensificato gli avvertimenti nei confronti dei governi del Golfo, chiedendo ai civili di evacuare le aree vicino ai principali impianti petrolchimici e ai giacimenti di gas, considerati ora obiettivi legittimi dopo il raid israeliano su South Pars. La risposta di Teheran, che include anche l’interruzione delle forniture di gas all’Iraq e il blocco de facto dello Stretto di Hormuz, ha innescato un nuovo rialzo dei prezzi energetici, con conseguenze che la Federal Reserve ha già definito come un fattore di pressione inflazionistica per l’economia globale.
La resilienza iraniana e la sfida delle risorse
Nonostante le dichiarazioni trionfalistiche di Netanyahu, il quadro delle capacità residue dell’Iran resta complesso. Fonti di intelligence internazionali confermano che il paese non sta ricostruendo le capacità di arricchimento distrutte nei primi giorni di guerra, segno che l’obiettivo immediato della campagna militare è stato raggiunto. Tuttavia, analisti militari cinesi citati dall’agenzia TASS sostengono che Teheran dispone ancora di scorte sufficienti di missili e droni per sostenere le operazioni per almeno due o tre mesi, sfruttando un arsenale di droni a basso costo che rende proibitiva la difesa per i sistemi anti-missile occidentali, molto più costosi. È in questo scarto – tra la retorica della vittoria e la persistenza di una capacità di fuoco iraniana, seppur ridotta – che si gioca la partita più delicata per gli alleati. Netanyahu, nella sua conferenza, ha assicurato che la guerra durerà “finché necessario” ma che finirà “molto più velocemente di quanto la gente pensi”, lasciando intendere che l’intensificazione degli attacchi potrebbe servire proprio a costringere Teheran a un collasso definitivo prima che le scorte di armamenti e la coesione interna vengano meno.




