L’Iran respinge le minacce di Trump: «I raid sono insignificanti, ignorate le nostre vere capacità»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fragore delle bombe e la retorica dell’escalation continuano a rimbalzare tra Washington e Teheran, in un botta e risposta che non accenna a placarsi nonostante i ripetuti appelli alla tregua. Se da un lato il presidente Trump, in un discorso alla nazione trasmesso nella notte, ha promesso che nelle prossime settimere l’Iran verrà colpito con una durezza tale da essere «riportato all’età della pietra», dall’altro lato il comando militare iraniano, il quartier generale Khatam al-Anbiya, ha liquidato queste affermazioni come frutto di una lettura «parziale» e «incompleta» della situazione sul campo. Secondo Teheran, insomma, gli Stati Uniti e Israele starebbero sottovalutando la reale portata dell’apparato bellico persiano, commettendo un errore di valutazione che potrebbe rivelarsi fatale.

Il portavoce del comando centrale, tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari, è stato chiaro nel ribadire la posizione della Repubblica Islamica: la guerra proseguirà fino alla «resa definitiva» dei nemici, senza alcuna possibilità di ripensamento o di cedimento. Le infrastrutture colpite dai raid congiunti, ha spiegato, rappresenterebbero una parte infinitesimale delle risorse strategiche a disposizione, mentre la stragrande maggioranza dell’arsenale – comprensivo di depositi nascosti e linee di produzione sotterranee – sarebbe ancora intatta e pronta all’uso. Questa dichiarazione, riportata dalle agenzie di stampa locali come Tasnim, mira a smontare la narrazione trumpiana secondo cui la minaccia iraniana sarebbe stata quasi del tutto neutralizzata.

Attacchi mirati nel Golfo e la strategia della tensione economica

In un parallelo sviluppo sul terreno, che dimostra la natura multidirezionale del conflitto, le Guardie Rivoluzionarie hanno rivendicato azioni militari specifiche contro gli interessi americani nella regione. Non si tratta solo di missili o droni intercettati nei cieli di Israele, ma di operazioni mirate a colpire il cuore produttivo degli alleati di Washington nell’area del Golfo. Fonti giornalistiche, citate da emittenti come Sky News, confermano che sono stati presi di mira impianti siderurgici e stabilimenti per la lavorazione dell’alluminio, infrastrutture cruciali collegate economicamente agli Stati Uniti.

Questi attacchi, spiegano i Guardiani della Rivoluzione, rappresentano un «avvertimento» immediato dopo le ultime minacce verbali provenienti dalla Casa Bianca. La logica sottostante è quella della reciprocità: se le industrie iraniane dovessero essere nuovamente bersagliate dai bombardamenti israeliani o statunitensi, la replica di Teheran sarà non solo dura, ma «più violenta» e devastante per le economie dei paesi del Golfo. Una strategia, questa, che mira a trasformare ogni futura offensiva aerea in un boomerang per la stabilità energetica e commerciale dell’intera regione, aumentando la pressione sui mediatori internazionali.

La dottrina militare di Teheran: attesa, resilienza e ritorsione asimmetrica

L’approccio iraniano, così come delineato dalle recenti dichiarazioni ufficiali del portavoce Zolfaqari – che ha parlato esplicitamente di proseguire il conflitto finché «Stati Uniti e Israele non si pentiranno e si arrenderanno» – sembra basarsi su un calcolo di lungo periodo. Piuttosto che cercare uno scontro frontale in campo aperto, dove la supremazia aerea americana è schiacciante, l’asse di Teheran punta a logorare l’avversario attraverso una guerra di resistenza e ritorsioni asimmetriche. La recente offensiva su Dubai e Bahrein, dove i sistemi di difesa aerea sono stati messi a dura prova per intercettare salve di razzi, ne è un esempio tangibile.

L’obiettivo dichiarato è quello di far crollare la volontà politica degli avversari, colpendoli dove fa più male: negli interessi economici immediati e nella percezione di sicurezza delle popolazioni civili dei paesi alleati. La definizione dei raid americani come «insignificanti» non è solo propaganda bellica; serve a tenere alto il morale interno e a segnalare a Washington che, nonostante i danni subiti (inclusa la perdita di alti comandanti come il capo della marina del delle Guardie Rivoluzionarie), la catena di comando e la capacità di fuoco restano sostanzialmente operative.

Uno scontro senza via d’uscita immediata

Mentre Trump rivendica progressi decisivi, descrivendo gli obiettivi strategici come «quasi completati», la realtà sul terreno racconta di una guerra che si sta trasformando in una piaga sanguinosa e costosa per tutti gli attori coinvolti. I morti accertati – che superano ormai il migliaio tra civili e militari solo in Iran – e il blocco navale nello Stretto di Hormuz, che ha strozzato le forniture energetiche globali facendo impennare il prezzo del petrolio, dipingono il quadro di una crisi profonda. L’Iran, forte delle proprie scorte nascoste, promette di continuare a colpire, mentre Israele e Stati Uniti sembrano determinati ad accelerare i tempi per piegare definitivamente il regime degli ayatollah.

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