Donald Trump e l’attacco al cuore del gas: «Non ne so niente» mentre il Qatar perde il 17% della sua capacità
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Non è poca cosa, per un presidente degli Stati Uniti, dichiarare di non essere stato informato su quanto accaduto al giacimento di gas più grande del mondo, quel complesso industriale di Ras Laffan, in Qatar, da cui dipende una fetta considerevole dell’approvvigionamento energetico globale. Eppure, è proprio con un secco «non ne so niente» che Donald Trump ha risposto, qualche ora fa, alla domanda di un giornalista riguardo l’attacco israeliano che ha mandato in tilt le infrastrutture energetiche iraniane di South Pars, scatenando poi la furiosa reazione di Teheran. Una replica, quella del presidente, che arriva mentre i mercati mondiali sono ancora in preda al caos, dopo che il regime degli ayatollah ha colpito per ritorsione proprio Ras Laffan, l’hub strategico del Qatar, dimostrando come la guerra in Medio Oriente abbia ormai trasformato le infrastrutture energetiche nel principale bersaglio bellico.
L’ignoranza presidenziale e il contrattacco che ha paralizzato il mercato globale
L’attacco israeliano al giacimento di South Pars – condiviso tra Iran e Qatar e cuore pulsante della produzione di gas nella regione – ha rappresentato un’escalation senza precedenti. Una mossa che, stando alle parole di Trump, sarebbe avvenuta all’insaputa della Casa Bianca. Ma se l’obiettivo era indebolire Teheran, la risposta non si è fatta attendere: nel giro di poche ore, i missili iraniani hanno centrato in pieno Ras Laffan, il complesso petrolifero e del gas qatariota che gestisce il flusso di GnL verso l’Europa e l’Asia. Non si è trattato di un semplice avvertimento. I danni, come confermato dalla statale QatarEnergy, sono ingenti: due dei quattordici treni di liquefazione (i cosiddetti trains) sono stati messi fuori uso, riducendo del 17% la capacità di esportazione di gas naturale liquefatto del piccolo emirato. Un colpo chirurgico, insomma, che ha colpito il cuore pulsante dell’economia del Qatar e, di riflesso, gli equilibri energetici mondiali.
Il «modello Qatar» sotto shock: cinque anni per tornare alla normalità
La crisi che ne è derivata non è solo congiunturale, ma rischia di mettere in discussione il ruolo di mediatore globale che Doha aveva pazientemente costruito negli ultimi anni. L’attacco – un’azione di rappresaglia per i raid israeliani che avevano precedentemente colpito le infrastrutture petrolifere di South Pars – ha distrutto di fatto una parte fondamentale del sistema produttivo. Le cifre parlano chiaro: per riparare gli impianti e i giacimenti di Ras Laffan, spiega l’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad Sherida Al-Kaabi, ci vorranno dai tre ai cinque anni. Un arco temporale lunghissimo, che costringerà la società a dichiarare la force majeure su diversi contratti di fornitura a lungo termine, colpendo in particolare clienti strategici come Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. L’effetto domino sui mercati è già sotto gli occhi di tutti: i prezzi del gas sono letteralmente impennati, e il timore di una carenza prolungata rischia di alimentare nuove tensioni inflazionistiche in Europa, già provata dalla crisi energetica.
Danni strutturali e perdite miliardarie per l’emirato
Non si tratta, quindi, di un semplice incidente di percorso. L’economista Farouk Soussa, analista per il Medio Oriente e il Nord Africa di Goldman Sachs, ha già stimato che il Qatar rappresenterà circa la metà dei 12 miliardi di dollari di perdite totali subite dai sei Paesi del Golfo durante il conflitto. Una previsione, questa, che si sta rivelando persino conservativa, visto che solo per la riduzione del 17% della capacità esportativa, il ministero dell’Energia qatariota parla di una perdita annua di entrate pari a 20 miliardi di dollari. In pratica, un colpo al cuore che mette a dura prova i piani di sviluppo dell’emirato, costringendolo a rivedere le proprie ambizioni di espansione nel settore del GnL, un mercato dove Doha era abituata a dettare legge.
L’attacco, inoltre, ha avuto conseguenze che vanno ben oltre la mera riduzione del flusso di gas. La compagnia statale ha confermato che anche l’impianto Pearl GTL, una joint-venture con Shell che converte il gas in carburanti liquidi e altri prodotti, ha subito danni significativi: uno dei due treni di lavorazione rimarrà fermo per almeno un anno. A ciò si aggiungono le perdite collaterali su prodotti derivati: si parla di un crollo del 24% nell’export di condensati, del 13% per il Gpl (il gas di petrolio liquefatto) e del 14% per l’elio, un materiale cruciale per l’industria tecnologica mondiale. Un quadro desolante che fotografa la fragilità di un sistema, quello del Golfo, che per decenni aveva fondato la propria ricchezza e sicurezza sull’inviolabilità delle sue risorse.




