Gnl, la guerra globale ridisegna le rotte: il Qatar blocca le forniture all’Italia
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Redazione Esteri
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I riflessi della guerra che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran si stanno materializzando nei serbatoi delle auto italiane e, più in profondità, nelle condotte che alimentano il sistema industriale del Paese. Mentre i distributori registrano il ritorno del gasolio oltre la soglia dei due euro al litro – vanificando di fatto gli effetti immediati del taglio delle accise varato dal governo – il mercato globale del gas naturale liquefatto sta subendo una riconfigurazione forzata e improvvisa. I dati di tracciamento navale, elaborati dalla società di intelligence Kpler, raccontano di una crisi in movimento: dall’inizio del conflitto, avviato con le prime operazioni militari il 28 febbraio, una dozzina di carichi atlantici ha modificato la rotta, deviando verso mercati più redditizi mentre l’Europa, tradizionalmente un’importatrice di peso, viene progressivamente estromessa dalle trattative per il Gnl ‘superstite’.
L’elemento di maggiore rottura, tuttavia, riguarda il rapporto diretto con Doha. QatarEnergy, la compagnia petrolifera statale dell’emirato che da sola copre circa l’11% del fabbisogno nazionale di metano via nave, ha attivato la clausola contrattuale di “forza maggiore”. Una decisione che, nella pratica, sospende sine die le consegne non solo verso l’Italia, ma anche verso Belgio, Corea del Sud e Cina. Il provvedimento fa seguito ai missili iraniani che hanno colpito l’hub strategico di Ras Laffan, il più grande complesso di esportazione di Gnl al mondo. I danni non sono marginali: due delle quattordici linee di liquefazione (le cosiddette “trains”) sono state messe fuori uso, riducendo la capacità esportativa del 17% per un periodo che gli stessi vertici dell’azienda stimano possa richiedere fino a cinque anni per una riparazione completa.
La battaglia silenziosa per le rotte del Golfo Persico
Il teatro di guerra si è spostato dove l’energia scorre più densa. Se Teheran è rimasta al buio a causa dei bombardamenti israeliani e americani sul giacimento di South Pars – il più grande giacimento offshore del mondo, condiviso proprio con il Qatar – la sua risposta ha mirato a colpire le infrastrutture logistiche dei paesi del Golfo considerati troppo vicini agli alleati occidentali. Lo Stretto di Hormuz, punto di transito vitale per circa il 20% dell’offerta globale di Gnl, è diventato una trappola liquida dove le navi metaniere, già cariche, sono costrette a manovre alternative.
Qui si innesta il paradosso del conflitto: mentre l’Europa cerca di assicurarsi volumi per la prossima stagione di ricarica degli stoccaggi, i compratori asiatici stanno offrendo un premio significativo per i carichi spot. Secondo le rilevazioni degli analisti, i prezzi in Asia superano attualmente quelli europei di circa 1-3 dollari per milione di unità termiche britanniche, un differenziale sufficiente a far virare le navi verso oriente, dove i costi di spedizione diventano anche più convenienti. L’America, indipendente dal punto di vista energetico grazie allo shale, emerge in questo quadro come il principale beneficiario del vuoto lasciato dal Qatar, con le aziende del settore che vedono aumentare esponenzialmente la domanda per i propri carichi.
L’Italia tra clausole contrattuali e rincari incombenti
Per il nostro Paese, la dichiarazione di forza maggiore da parte di QatarEnergy rappresenta una sfida strutturale, non solo contingente. I contratti di fornitura di lungo periodo, che garantivano una stabilità di flusso, vengono ora sospesi senza una tempistica definita, mentre il governo si trova a dover gestire l’emergenza sui prezzi. L’impennata del gasolio, che ha annullato gli effetti delle misure governative, è il segnale più immediato di una tensione che si propaga a cascata sull’intero sistema economico.
In questo contesto di scarsità globale, la competizione si fa spietata. Le nazioni asiatiche, che dipendono per l’80% del loro approvvigionamento energetico dal transito attraverso Hormuz, stanno letteralmente dirottando le navi dirette in Europa. Il Regno Unito e l’Italia attendono ancora gli ultimi carichi qatarioti previsti entro il 27 marzo, ma dopo quella data l’orizzonte si fa incerto. La situazione è resa più complessa dal fatto che l’Iran, nel mirino degli attacchi, ha colpito non solo Israele ma anche le infrastrutture dei paesi del Golfo che ospitano basi militari statunitensi, creando un anello di fuoco attorno a nodi logistici fondamentali come Ras Laffan e Mesaieed.
Le ripercussioni su un mercato già provato
Il conflitto in Medio Oriente arriva in un momento di fragilità per i mercati energetici europei. L’inverno si sta chiudendo, ma la stagione del riempimento degli stoccaggi è alle porte, e il venir meno di una quota consistente del Gnl qatariota – storicamente destinato all’Europa – impone una riconfigurazione delle rotte alternative. La ricerca di forniture sostitutive si scontra con la concorrenza asiatica e con la riduzione strutturale della capacità produttiva globale causata dai bombardamenti. Gli analisti di Kpler sottolineano come il numero di navi metaniere dirottate continui a crescere, con gli ultimi carichi destinati al Vecchio Continente che si fanno sempre più rari.
Sul fronte interno, mentre il governo valuta interventi come il price cap o ulteriori manovre sulle accise per tamponare l’urgenza dei prezzi alla pompa, la questione di fondo resta la vulnerabilità del sistema energetico nazionale. Le gasiere che non arrivano, i contratti sospesi e i mercati asiatici disposti a pagare di più delineano un futuro prossimo di approvvigionamenti difficili e costi strutturalmente più elevati. La guerra, trasformando le infrastrutture energetiche in obiettivi militari, ha rotto gli equilibri consolidati del commercio globale del Gnl, imponendo a paesi importatori come l’Italia una corsa contro il tempo per diversificare fonti e rotte in un mercato sempre più ristretto.




