L’onda lunga della guerra in Iran: mercati, materie prime e gli effetti sull'economia italiana
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Redazione Economia
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Le prime avvisaglie, va detto, c'erano già state, e qualcuno le aveva anche colte: quella nervosità diffusa sui listini, qualche settimana fa, era attribuita soprattutto alla presunta bolla dei titoli tecnologici legati all'intelligenza artificiale, con valutazioni che in molti cominciavano a giudicare eccessive. Poi, però, l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all'Iran e la conseguente, inevitabile chiusura dello Stretto di Hormuz – quel sottile braccio di mare che rappresenta una vera e propria valvola per l'intero sistema energetico mondiale – hanno improvvisamente cambiato le carte in tavola, riportando in auge paure che sembravano sopite, legate alla tenuta delle catene di approvvigionamento e alla stabilità geopolitica di un'intera regione.
Il quadro che ne emerge, a pochi giorni dall'inizio delle ostilità, è quello di un' economia globale che si trova a fare i conti con una nuova, improvvisa impennata del prezzo dell'energia, con il TTF, l'indice olandese che fa da riferimento per il gas in Europa, che ha letteralmente sfondato il tetto dei 58 euro a megawattora, segnando un balzo superiore al 30% in poche sedute e riportando la memoria a quei terribili mesi del 2022, seppur con numeri ancora lontani dai picchi di allora. Il petrolio, dal canto suo, non è stato da meno, con il Brent che ha superato gli 82 dollari al barile e il Wti che ha sfiorato quota 76, alimentando il timore di una nuova fiammata inflattiva che, come un boomerang, rischia di colpire duramente famiglie e imprese. L'Italia, in questo contesto, si trova in una posizione di particolare vulnerabilità: se è vero, come spiega Davide Tabarelli di Nomisma Energia, che solo una parte minoritaria del nostro gas e del nostro petrolio transita da Hormuz, è altrettanto vero che il prezzo dell'energia è determinato su mercati globali, e qualsiasi tensione in un'area così nevralgica si riflette immediatamente sui costi che noi tutti siamo chiamati a sostenere, indipendentemente dalla fonte di approvvigionamento diretta.
Il rischio di una crisi alimentare e la risposta delle istituzioni
Il conflitto, tuttavia, non minaccia soltanto il costo delle bollette, ma si insinua come un tarlo nel sistema produttivo, mettendo a repentaglio settori che con l'energia hanno un legame meno diretto, ma altrettanto profondo. Se n'è discusso ampiamente a Bruxelles, in occasione dell'undicesima edizione del Global Food Forum di Farm Europe, il think tank agricolo che riunisce oltre trentacinque organizzazioni di agricoltori e imprese della filiera: la preoccupazione è che l'esplosione del conflitto in Medio Oriente possa avere ripercussioni pesantissime sulla produzione alimentare, in uno scenario già provato prima dalla pandemia e poi, a caro prezzo, dalla guerra in Ucraina. Una quota significativa del commercio mondiale di fertilizzanti, infatti, transita proprio attraverso lo Stretto di Hormuz, e la loro eventuale scarsità, unita all'aumento dei costi energetici per le serre e i macchinari agricoli, rischia di comprimere ulteriormente i bilanci delle aziende del settore, già messi a dura prova negli ultimi anni. Da qui la richiesta, avanzata con forza da Coldiretti e Filiera Italia al ministro degli Esteri Antonio Tajani, di sospendere immediatamente il meccanismo CBAM, la cosiddetta "tassa sul carbonio" che grava sui fertilizzanti importati, e di iniziare a ragionare seriamente sulla costituzione di scorte strategiche europee per i beni alimentari, al fine di tutelare quella sovranità alimentare che in momenti di crisi come questo si rivela sempre più fragile.
Trasporti e logistica: tra noli alle stelle e rotte alternative
A pagare un prezzo altissimo, però, è anche e soprattutto il mondo dei trasporti, con ripercussioni che vanno ben oltre il semplice costo del carburante. Stefano Messina, presidente di Assarmatori, prova a fare chiarezza sulla situazione nello Stretto di Hormuz, spiegando che non si può ancora parlare di un vero e proprio blocco navale – le petroliere e le portacontainer continuano a passare, seppur con attività molto ridotte – ma il quadro che descrive è comunque desolante: le compagnie assicurative hanno disdetto le coperture per i rischi di guerra e le nuove polizze sono state rinegoziate con aumenti che, in alcuni casi, hanno toccato il mille per cento. I noli, ovvero le tariffe per il trasporto via mare, sono schizzati verso l'alto, con rincari del 400% per i container e del 300% per le petroliere, un'impennata che, se il conflitto dovesse protrarsi, finirà inevitabilmente per pesare sui bilanci delle aziende e, di riflesso, sulle tasche dei consumatori finali. E mentre i cieli si chiudono e le rotte aeree verso l'Oriente diventano impercorribili, con le compagnie del Golfo che da sole gestiscono circa un terzo del traffico cargo mondiale, l'unica alternativa praticabile sembra essere quella via terra, con i camion che, dopo aver attraversato l'Azerbaigian, si imbarcano verso Trieste, portando in Italia macchinari, ceramiche, e quei beni ad alto valore aggiunto che rappresentano il cuore del nostro export verso l'Iran.
Borse divise tra settori in fiamme e comparti in ginocchio
L'onda d'urto del conflitto, inevitabilmente, si è abbattuta con violenza anche sui mercati azionari, che hanno chiuso la settimana in profondo rosso un po' in tutta Europa, con Piazza Affari che ha lasciato sul terreno quasi due punti percentuali, trascinata al ribasso dai timori per una crescita globale che appare sempre più incerta. Eppure, a guardare bene i listini, non si tratta di una fuga indiscriminata dagli asset rischiosi, quanto piuttosto di un selettivo e feroce repricing del pericolo, che premia senza mezzi termini i settori legati alla difesa e all'energia, e punisce senza appello tutti gli altri. Così, mentre colossi come Eni e Leonardo hanno visto le loro azioni volare, spinte rispettivamente dal caro-petrolio e dalla corsa al riarmo, Stellantis è sprofondata, vittima dell'incertezza sulle catene di fornitura e del calo del potere d'acquisto delle famiglie, e con lei hanno sofferto i titoli del lusso come Brunello Cucinelli e quelli del settore cantieristico come Sanlorenzo, legati a doppio filo con un mercato della nautica che, in scenari di crisi, è sempre il primo a risentirne. Una fotografia nitida di come la guerra stia ridisegnando la geografia dei profitti e delle perdite, in un clima di incertezza totale sulla durata del conflitto e sulle sue possibili evoluzioni, con gli occhi di tutti puntati su Washington e sulle prossime mosse dell'amministrazione Trump, che ha già parlato di un'operazione della durata di quattro o cinque settimane.




