Nell’Unione vanno riaperte subito le raffinerie

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La dipendenza energetica europea, una ferita che si credeva in via di rimarginazione dopo lo strappo con Mosca, si è rimaterializzata sotto forma di un nuovo, pericoloso coagulo geopolitico. Il teatro è quello, sempre caldo, del Medio Oriente, e il grimaldello è la crisi nello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita una quota significativa del gas naturale liquefatto e del petrolio mondiale. In Europa, e questo è il punto che andrebbe meditato con maggiore attenzione, sono state sistematicamente chiuse raffinerie perché risultavano poco attrattive sul mercato, un’emorragia di capacità industriale che oggi, alla luce delle ultime tensioni, appare quanto meno miope. Doverosa, a questo punto, sarebbe una rapidissima riflessione sulla sicurezza strategica e sul peso specifico che la raffinazione interna, non solo quella legata agli approvvigionamenti esterni, gioca nell’equilibrio di un continente che di risorse energetiche ne possiede poche. A Bruxelles, per lungo tempo, si è ritenuto che il prezzo dell’energia fosse una variabile quasi indipendente, determinabile attraverso i puri meccanismi della domanda e dell’offerta globali, dimenticando però che quei meccanismi, oggi più che mai, rispondono a logiche che di economico hanno sempre meno e di politico, invece, sempre di più.

In realtà, e i fatti di queste ore lo confermano con drammatica chiarezza, il prezzo energetico deriva da fattori che possono essere geopolitici – come un conflitto o la minaccia di chiudere una rotta marittima – ma pure da scelte strategiche normative. La decisione di dismettere impianti strategici in nome della transizione, senza una contestuale e massiccia costruzione di alternative, espone il sistema a shock peggiori. Il gruppo di coordinamento Ue sul gas, riunitosi d’urgenza a Bruxelles, ha dovuto prendere atto di una realtà bifronte: da un lato, come ha reso noto un funzionario europeo, "non ci sono problemi immediati di sicurezza dell'approvvigionamento", e questo è un dato che tranquillizza relativamente; dall'altro, però, "i prezzi e le conseguenze rimangono motivo di forte preoccupazione". Una preoccupazione che non è astratta, ma che si concretizza nell'analisi di variabili incerte: la durata del conflitto in Medio Oriente, l'entità dei danni alle infrastrutture, come la sospensione delle attività degli impianti di Gnl in Qatar, saranno questi gli elementi a determinare le conseguenze per i mercati europei.

Una crisi nella crisi, l’Italia e il nodo delle scorte

Mentre il conflitto in Ucraina entra nel suo terzo anno, un nuovo fronte di tensione energetica si apre per l’Europa, e gli effetti, va da sé, si riverberano anche sull’Italia. La recente crisi nello stretto di Hormuz, insieme alle minacce ai flussi di Gnl dal Qatar, ha riacceso i riflettori sulla fragilità strutturale degli approvvigionamenti, innescando quella che gli operatori del settore chiamano già una nuova corsa al gas. L’Italia, in particolare, si trova in una posizione delicata, esposta com’è a un mix di forniture via tubo e via mare. Il dato più immediato, quello che incide sulle quotazioni e sulle aspettative, riguarda la possibile messa in forse di circa il 12 per cento dei consumi nazionali, una percentuale non drammatica in termini assoluti ma che diventa pesantissima se inserita nel quadro di un mercato globale già teso. Si badi bene, il problema non è solo il volume fisico che potrebbe mancare, ma il prezzo a cui quel volume, o ciò che lo sostituirà, verrà pagato.

La grande caccia per gli stoccaggi, a livello continentale, è già partita. Va sostituito il Gas naturale liquefatto che, almeno per il momento, non arriverà più dal Qatar per coprire i consumi di aprile e le riserve, quelle sì fondamentali, da mettere da parte per il prossimo inverno. I numeri, in questi casi, aiutano a comprendere la posta in gioco. Secondo i calcoli di Oxford Economics, in caso di blocco prolungato dello stretto di Hormuz, potrebbero arrivare a 86 i miliardi di metri cubi mancanti all’appello nel mondo. Una voragine che nessuna riserva strategica, da sola, potrebbe colmare. L’Italia, occorre dirlo, parte da una posizione meno preoccupante di altri partner europei: abbiamo più scorte, percentualmente, rispetto a Germania o Paesi Bassi, ma questo non ci mette al riparo dalle dinamiche dei prezzi, che sono globali e che già stanno mostrando una volatità preoccupante. La speculazione, poi, fa il resto, amplificando ogni tensione e trasformando una crisi logistica in una stangata per famiglie e imprese.

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