L’euro si rafforza sul dollaro dopo i dati deludenti sul lavoro negli Stati Uniti

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il mercato del lavoro statunitense ha mostrato, ad agosto, segnali di un’inattesa e netta frenata, con i dati che si sono rivelati ben al di sotto delle più caute aspettative degli analisti. Secondo quanto diffuso dal Bureau of Labour Statistics, infatti, sono stati creati soltanto 22.000 nuovi posti di lavoro nel settore non agricolo, una cifra che appare irrisoria se paragonata non solo alle previsioni, che indicavano 75.000 assunzioni, ma anche al dato revisionato del mese di luglio, che si era attestato a 79.000. Questo risultato, seppure rappresenti il cinquantaseiesimo mese consecutivo di crescita, delinea un rallentamento così marcato da aver immediatamente influito sulle dinamiche valutarie globali, spingendo l’euro in rialzo contro il dollaro.

Un’analisi più approfondita dei componenti del report rivela come il settore privato, pur avendo aggiunto 38.000 posizioni, non sia riuscito a compensare il pesante arretramento di quello pubblico, che ha registrato un calo di 16.000 unità. Ancora più significativo appare il dato del comparto manifatturiero, il quale, contrariamente alle attese di una perdita contenuta in 5.000 posti, ne ha invece persi 12.000, confermando una tendenza negativa che desta non poca preoccupazione tra gli osservatori. Il tasso di disoccupazione, per sua stessa natura un indicatore in ritardo, è salito al 4.3%, un livello che non si registrava dalla fine del 2021, allineandosi peraltro alle previsioni del consensus.

La reazione dei mercati non si è fatta attendere, con l’euro che ha guadagnato terreno nei confronti del biglietto verde, un movimento dettato dalla percezione che una simile flessione dell’occupazione potrebbe indurre la Federal Reserve a riconsiderare il proprio approccio restrittivo in materia di tassi di interesse. Le retribuzioni medie orarie, cresciute del 3.7% su base annua, hanno confermato le aspettative, segnando un lieve decelerazione rispetto al 3.9% del periodo precedente, un elemento che contribuisce a dipingere un quadro di inflazione sotto controllo ma di domanda potenzialmente in affanno.

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