Indagini sulla pagina Facebook "Mia Moglie": perquisizioni per i gestori
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Redazione Interno
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La polizia ha eseguito, su mandato della procura di Roma, decreti di perquisizione nei confronti delle persone ritenute responsabili dell’attivazione e della gestione della pagina Facebook "Mia Moglie", un gruppo privato che per mesi ha raccolto segnalazioni per la diffusione illecita di materiale. Gli accertamenti, partiti dalle numerose denunce presentate sul sito del commissariato di Ps online ad agosto, hanno permesso di individuare i presunti amministratori, ricostruendo una trama familiare che si intrecciava con la gestione del profilo.
L'identificazione dei responsabili
Gli investigatori, concentrandosi sulle tracce digitali, sono risaliti a una donna di cinquantadue anni e a un giovane di ventiquattro, il quale era legato da una relazione pregressa con la figlia di un terzo soggetto, poi identificato come il titolare originario dell’account. Quest’ultimo, un settantenne originario di Lecce, risulta deceduto alla fine di marzo, circostanza che ha inevitabilmente complicato il quadro delle responsabilità dirette, spostando l’attenzione sulle persone a lui vicine. La pagina, che vantava migliaia di iscritti, era diventata una sorta di archivio clandestino dove venivano caricati, in spregio a ogni norma sulla privacy, fotografie e dettagli intimi di donne, spesso consorti o compagne degli stessi membri, senza che queste ne fossero a conoscenza né tantomeno avessero prestato il proprio consenso.
La gestione dopo la scomparsa del fondatore
Con il decesso dell’anziano leccese, la gestione operativa del gruppo sarebbe transitata, secondo quanto accertato dagli inquirenti, proprio sui profili della compagna e del giovane, i quali, interrogati, hanno però dichiarato la propria estraneità ai fatti contestati. Le perquisizioni domiciliari disposte dalla magistratura romana si inseriscono in un filone investigativo che punta a chiarire i passaggi di consegna e le modalità di amministrazione della piattaforma, accertando chi, materialmente, abbia continuato a consentire la pubblicazione di contenuti sensibili. La procura, infatti, sta valutando capi d’imputazione che spaziano dalla diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite – il cosiddetto revenge porn – alla diffamazione aggravata, reati per i quali la posizione dei due soggetti attualmente sotto esame resta al vaglio.
Le accuse e il quadro normativo
Il fenomeno delle pubblicazioni non autorizzate, che sfruttano l’apparente riservatezza dei gruppi privati sui social network per eludere i controlli, rappresenta una sfida crescente per le autorità, chiamate ad applicare una normativa che, sebbene recentemente inasprita, deve fare i conti con la rapidità della diffusione digitale. Le indagini sulla pagina "Mia Moglie" hanno evidenziato, ancora una volta, come tali condotte possano strutturarsi in vere e proprie organizzazioni informali, seppur di dimensioni limitate, che trovano nella dinamica dei rapporti personali e familiari un elemento di opacità funzionale alla loro persistenza. L’attività della polizia postale, in questo caso, è stata determinante per collegare le identità digitali a quelle fisiche, superando lo schermo dell’anonimato che spesso caratterizza episodi analoghi.
Le operazioni di questi giorni segnano quindi un punto fermo nell’inchiesta, senza che ciò precluda ulteriori sviluppi investigativi sulla possibile esistenza di altri collaboratori o sulla piena ricostruzione del flusso dei contenuti illeciti. Quel che emerge, al di là degli aspetti giudiziari, è la necessità di una costante vigilanza sulle derive che possono trasformare spazi di condivisione in luoghi di sistematica violazione della dignità delle persone, soprattutto quando le vittime sono scelte nella cerchia più intima degli autori materiali delle pubblicazioni.




