L'indagine su "Mia moglie" approda nel Salento, perquisizioni per la pagina sessista

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le perquisizioni disposte dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sul gruppo Facebook “Mia moglie” si sono spinte fino al Salento, dopo che gli investigatori hanno ricostruito l’identità del gestore principale dell’account dal quale veniva amministrata la pagina. A detenere le credenziali di accesso, stando alle indagini coordinate dalla Polizia postale, era un uomo di settant’anni originario di Lecce, il quale, tuttavia, è deceduto nel marzo del 2025, lasciando aperti numerosi interrogativi su chi potesse materialmente condurre le attività della community digitale dopo la sua scomparsa. Il gruppo, divenuto tristemente noto per la pubblicazione sistematica di contenuti sessisti e per la diffusione illecita di fotografie e video a sfondo intimo, spesso relativi a vittime del tutto ignare della loro esposizione pubblica, era stato già chiuso dalla piattaforma Meta nell’agosto dello scorso anno, a seguito delle prime segnalazioni giunte dalle forze dell’ordine.

Le attività investigative e i sequestri

Proprio la capillare attività di analisi dei flussi digitali ha permesso di risalire all’utenza riconducibile al leccese, consentendo agli inquirenti di emettere una serie di decreti di perquisizione nei confronti dei soggetti ritenuti maggiormente vicini alla gestione operativa del profilo. Le indagini, che vertono su ipotesi di reato che spaziano dalla diffamazione aggravata fino alla diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite, un fenomeno comunemente associato al cosiddetto “revenge porn”, hanno così portato gli agenti a eseguire una serie di accertamenti sia nella provincia di Lecce che in quella di Bari. Nel corso di queste operazioni sono stati sequestrati diversi dispositivi informatici – tra personal computer e telefoni cellulari – i quali, sottoposti a un attento esame da parte degli specialisti, potrebbero fornire elementi decisivi per chiarire le dinamiche di pubblicazione e la catena delle responsabilità.

Gli interrogatori e le posizioni degli indagati

Parallelamente alle perquisizioni materiali, procede anche l’attività di audizione delle persone le cui figure sono finite nel mirino degli inquirenti. Tra queste figura la moglie cinquantaduenne dell’uomo deceduto, la quale è stata interrogata per diverse ore all’interno degli uffici della questura salentina; durante il colloquio con gli investigatori, la donna si è dichiarata del tutto estranea alle attività illecite del gruppo, sostenendo di non aver avuto alcun ruolo nella sua amministrazione o nella moderazione dei contenuti. La posizione della donna, che viene indagata in concorso con altre persone, tra cui un ventiquattrenne già legato alla famiglia in quanto ex compagno di una figlia della coppia, resta dunque in divenire, in attesa che le evidenze digitali recuperate dai dispositivi sequestrati possano confermare o meno le sue dichiarazioni.

La natura dei reati contestati

La gravità dei fatti contestati emerge con chiarezza dalla tipologia delle condotte oggetto di esame da parte della magistratura romana, la quale, oltre alla già citata diffamazione e alla diffusione di materiale intimo senza consenso, sta valutando anche il profilo dell’istigazione a commettere reati. Il gruppo “Mia moglie”, infatti, non si limitava a essere una vetrina per la pubblicazione di immagini private, ma rappresentava una vera e propria piazza virtuale in cui venivano veicolati messaggi di odio e disprezzo di genere, spesso incoraggiando comportamenti lesivi della dignità personale. L’intera vicenda, nata dalla coraggiosa denuncia di una blogger nell’estate del 2024, mette in luce ancora una volta i rischi connessi a un utilizzo distorto dei social network, strumenti che, seppur potenti, possono trasformarsi in ambienti dannosi quando la loro gestione sfugge a ogni regola di rispetto e legalità.

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