Porsche, utili in picchiata e fatturato in calo: pesano dazi e strategia elettrica, ma nel 2026 si aspetta la ripresa
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
C’è un dettaglio che, nella coreografia della conferenza di bilancio 2026 di Porsche, non è passato inosservato: la pervasiva presenza della mitica 911, la madre di tutte le Porsche, quella che, a dispetto di una strategia di “all-in” sull’elettrico rivelatasi poco aderente alla realtà dei mercati, sta di fatto tenendo in piedi la casa di Zuffenhausen. L’esercizio finanziario appena conclusosi si è chiuso con numeri che fotografano una difficoltà oggettiva, con i ricavi delle vendite del Gruppo scesi a 36,27 miliardi di euro, segnando un calo del 9,5% rispetto ai 40,08 miliardi dell’anno precedente. Il risultato operativo, in particolare, ha subito una contrazione drastica, attestandosi a 413 milioni di euro contro i 5,64 miliardi del 2024, con un ritorno sulle vendite crollato dal 14,1% all’1,1%. A pesare in modo determinante sono stati oneri straordinari per circa 3,9 miliardi di euro, una cifra che da sola spiega la turbolenza dell’anno. In questo quadro complesso, la 911 ha continuato a svolgere il suo ruolo di pilastro, con consegne globali pari a 51.583 unità, un dato in leggera crescita che ha contribuito a mitigare l’impatto del calo su altri modelli, come la Taycan e la Cayenne, le cui vendite hanno subito flessioni ben più marcate.
La revisione della strategia elettrica e l’impatto dei dazi statunitensi
Le ragioni di questo arretramento, come spiegato nella nota ufficiale diffusa dalla casa tedesca, risiedono principalmente in tre voci straordinarie. La più rilevante, pari a 2,4 miliardi di euro, è legata al riallineamento della strategia di prodotto e al ridimensionamento aziendale, una retromarcia rispetto alla precedente spinta verso la mobilità a batteria che ha richiesto investimenti non previsti e svalutazioni significative. A questa si aggiungono circa 700 milioni di euro di spese aggiuntive derivanti dalle attività legate alle batterie e un altro importo di 700 milioni imputabile ai dazi statunitensi, una voce, quest’ultima, che ha inciso direttamente sulla redditività delle esportazioni verso un mercato cruciale per il marchio. La decisione di rallentare il lancio di nuovi modelli completamente elettrici e di prolungare il ciclo di vita di quelli a combustione e ibridi, se da un lato rappresenta un adeguamento alla domanda, dall’altro si è tradotta in un fardello economico immediato che ha pesato sui conti dell'intero esercizio.
Il nuovo corso di Michael Leiters tra spending review e semplificazione
È in questo contesto che si inserisce l’azione del nuovo amministratore delegato, Michael Leiters, subentrato a Oliver Blume all’inizio dell’anno con il compito di reimpostare la rotta. Alla sua prima apparizione pubblica in occasione della presentazione dei dati, Leiters ha delineato i tratti di una strategia che punta a rendere l’azienda più snella e reattiva, annunciando un piano di riduzione dei costi che prevede il taglio di livelli manageriali, una significativa semplificazione delle gerarchie e, in una prospettiva di lungo periodo, una diminuzione degli investimenti. “Riposizioneremo Porsche”, ha dichiarato Leiters, sottolineando la necessità di rafforzare i margini operativi e la generazione di cassa attraverso una struttura più efficiente e una gamma di prodotti che torni a puntare con decisione sui segmenti ad alto margine, proprio lì dove l’eredità della 911 continua a garantire una desiderabilità inattaccabile.
Il crollo delle vendite in Cina e la tenuta del mercato nordamericano
Parallelamente alle difficoltà finanziarie, Porsche ha dovuto fare i conti con un quadro geopolitico e commerciale in rapido mutamento. Le consegne globali sono diminuite del 10,1%, attestandosi a 279.449 veicoli, con un crollo particolarmente pronunciato in Cina, dove i volumi sono scesi del 26% a causa dell’intensificarsi della concorrenza locale e di un contesto economico che ha raffreddato la domanda di beni di lusso. Di segno opposto, invece, l’andamento in Nord America, che si conferma il primo mercato per il marchio con 86.229 consegne, in crescita e trainato proprio da una domanda che, al momento, sembra premiare i modelli tradizionali e ibridi rispetto a quelli completamente elettrici. La quota di veicoli a batteria, pur salita al 22,2%, non è riuscita a compensare il calo complessivo, evidenziando come la transizione forzata abbia generato più di un attrito con una clientela che, in larga parte, non sembra ancora pronta ad abbandonare il rombo dei motori termici.
Le previsioni per il 2026 e il cauto ottimismo del management
Nonostante la profondità del rosso, il management di Stoccarda guarda all'esercizio in corso con un cauto ottimismo, supportato dalla solidità patrimoniale di fondo dell'azienda. Per il 2026, Porsche prevede un ritorno operativo sulle vendite compreso tra il 5,5% e il 7,5%, un intervallo che, pur lontano dai fasti del 14% di due anni fa, segnerebbe un deciso miglioramento rispetto al minimo toccato nel 2025. Le stime sui ricavi si attestano tra i 35 e i 36 miliardi di euro, in lieve flessione, a testimonianza di un approccio prudente che privilegia la redditività alla crescita a tutti i costi. Il flusso di cassa netto, pari a 1,51 miliardi di euro, e una posizione finanziaria ancora solida, conferiscono all'azienda la flessibilità necessaria per attraversare questa fase di transizione, mentre la proposta di dividendo, tagliato a un euro per azione ordinaria, riflette la volontà di preservare risorse in attesa di una ripresa che si spera più stabile e duratura.




