Volkswagen chiude un 2025 difficile: crolla l'utile, previsti 50mila tagli in Germania entro il 2030

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il gruppo Volkswagen, dopo un anno che gli stessi vertici definiscono complesso, ha presentato alla Borsa di Francoforte i risultati finanziari del 2025, e i numeri, come era lecito attendersi viste le premesse, disegnano il quadro di una sostanziale flessione. L'utile operativo, infatti, è crollato del 54% rispetto all'anno precedente, attestandosi a 8,9 miliardi di euro, un dato che da solo racconta le difficoltà incontrate dal colosso automobilistico tedesco. A pesare in maniera determinante sul bilancio sono stati quelli che il management ha definito "fattori straordinari", tra cui spiccano gli effetti diretti e indiretti dei dazi doganali voluti dall'amministrazione Trump e una serie di costi imprevisti legati alla ristrutturazione aziendale, con particolare riferimento, all'interno di questo quadro, alla situazione di Porsche e al cambio di strategia sulle vetture elettriche.

La strategia di riduzione dei costi e l'annuncio dei nuovi esuberi

In questo scenario di contrazione dei profitti, l'amministratore delegato Oliver Blume ha comunicato agli azionisti, attraverso una lettera inclusa nella relazione annuale, l'intenzione di procedere con un ulteriore, significativo taglio del personale. La misura, definita drastica dagli analisti, prevede l'eliminazione di circa cinquantamila posti di lavoro in Germania entro il 2030, un numero che supera le stime precedenti e che va ben oltre l'accordo siglato con i sindacati alla fine del 2024. Mentre l'intesa precedente, che mirava a un risparmio di 15 miliardi di euro, riguardava principalmente 35mila esuberi per la sola marca Volkswagen, i nuovi tagli, come ha spiegato Blume, interesseranno l'intero gruppo, includendo quindi anche i marchi premium Audi e Porsche, oltre alla consociata software Cariad.

L'impatto dei dazi statunitensi e la concorrenza cinese

Alla base di questa decisione, che inciderà profondamente sul tessuto industriale tedesco, vi è un crollo dell'utile netto post-imposte che si attesta a 6,9 miliardi di euro, segnando una diminuzione del 44% e toccando il livello più basso dal 2016, l'anno successivo allo scandalo delle emissioni. Le cause di questa emorragia di profitti sono molteplici e interconnesse. Da un lato, le tariffe del 25% imposte dagli Stati Uniti sulle importazioni di auto, che hanno colpito duramente le esportazioni del gruppo, generando oneri per circa 1,3 miliardi di euro solo nel primo semestre e complicando non poco le prospettive di vendita nel mercato nordamericano. Dall'altro, la concorrenza sempre più agguerrita in Cina, dove costruttori locali come BYD e Geely stanno erodendo quote di mercato, ha messo in difficoltà il marchio tedesco, costringendolo a rivedere la propria strategia in quella che per decenni è stata la sua piazza più redditizia.

I costi di ristrutturazione e il futuro del gruppo

Parallelamente alle sfide geopolitiche e competitive, il gruppo ha dovuto fare i conti con ingenti spese di ristrutturazione, pari a circa 9 miliardi di euro. Di questi, una parte consistente, circa 5 miliardi, è legata all'inversione di rotta di Porsche, che ha dovuto rallentare la sua offensiva elettrica a fronte di una domanda fiacca, tornando a puntare sui motori tradizionali. A ciò si aggiungono i costi sostenuti per l'adeguamento degli stabilimenti e per gli esuberi già avviati. Nonostante il quadro critico, il gruppo assicura che le misure di riduzione dei costi stanno producendo i primi effetti, con un risparmio di un miliardo di euro nel 2025, e si punta a superare i 6 miliardi di risparmi annui entro il 2030. Per il 2026, le previsioni indicano un possibile miglioramento del margine operativo, stimato tra il 4% e il 5,5%, ma il percorso, in un contesto di mercato in profonda evoluzione, si preannuncia ancora in salita.

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