Il governo definisce per legge i caregiver familiari, ora la palla passa al Parlamento
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Redazione Interno
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Dopo un decennio segnato da una lunga sequela di tentativi naufragati, il Consiglio dei ministri ha varato un disegno di legge che, secondo le parole del Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, mira a «dare dignità e riconoscimento» a chi assiste un familiare con disabilità. Si tratta, come ha spiegato la ministra, di una normativa «a tutele differenziate» che parte dalla figura del caregiver familiare «convivente e prevalente» per poi estendersi, almeno nelle intenzioni, a tutti coloro che sono coinvolti in queste complesse attività di cura. Il provvedimento, che ora dovrà affrontare il suo iter parlamentare, prova finalmente a dare un nome giuridico a quelle persone – figli, mogli, mariti, genitori – il cui tempo non è scandito da ore di lavoro ma da terapie da seguire, pasti da imboccare e notti insonni.
Un riconoscimento atteso che fa emergere dall'ombra milioni di persone
Il cuore del testo, il cui impianto è stato definito dal governo una «riforma organica», è costituito proprio dal tentativo di fornire una definizione legislativa e una platea di riferimento per chi, fino ad oggi, è stato di fatto un pilastro nascosto del sistema di welfare italiano. Si stima che siano milioni gli italiani che, senza alcun riconoscimento formale né adeguato sostegno economico, si assumono ogni giorno la responsabilità totale dell’assistenza a un congiunto in condizione di non autosufficienza. Per loro, la misura rappresenta un primo, fondamentale passaggio simbolico: l’uscita da un cono d’ombra che ha lungamente caratterizzato il loro status. «Finalmente riconosciuti», ha sottolineato Locatelli, ribadendo l’obiettivo di affiancare e non sostituire il lavoro di cura svolto all’interno delle mura domestiche.
Le critiche all’impianto della norma e il nodo delle risorse
Al di là delle dichiarazioni trionfali, però, il provvedimento ha riaperto un acceso dibattito sulla sua effettiva portata. Opposizioni e parti del sindacato, infatti, hanno denunciato come il disegno di legge rischi di configurarsi più come un’operazione di facciata che come un sostegno strutturale e concreto. Il timore principale riguarda i paletti posti per l’accesso alle tutele e, soprattutto, la congruità delle risorse finanziarie previste per dare gambe a questi nuovi diritti. Alcuni osservatori hanno già parlato, citando vecchie analisi, di un «welfare dell’illusione» e di compensi simbolici, paragonabili a «un euro l’ora», che poco hanno a che fare con il reale valore sociale ed economico del lavoro di cura gratuito, il cui peso ricade quasi interamente sulle spalle delle famiglie.
Un punto di partenza in un quadro complesso
Conviene, in questa fase, attenersi ai fatti nudi e crudi. Il primo, innegabile, è che dopo oltre trenta proposte parlamentari arenatesi in passato, la questione del caregiver familiare ha finalmente un suo posto nell’agenda legislativa, con un testo che prova a delineare diritti e servizi. Non si tratta, è evidente, di una riforma compiuta e risolutiva, bensì di un avanzamento istituzionale il cui merito dovrà essere misurato esclusivamente nella sua capacità di produrre effetti tangibili nella vita delle persone. L’iter in Parlamento sarà cruciale per valutare e, possibilmente, rafforzare l’impianto della norma, la cui approvazione finale rappresenterebbe comunque un punto di partenza obbligato in un quadro di assistenza che resta, nel suo complesso, estremamente frammentato e gravoso per chi lo vive in prima persona.




