Roccella e Roia, uno scontro tecnico sulla legge che definisce lo stupro per assenza di consenso
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Redazione Interno
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Nel dibattito, che infiamma la politica, sul disegno di legge che introduce il principio del "consenso libero e attuale" per la definizione di violenza sessuale, le critiche della ministra per la Famiglia, Natalità e Pari Opportunità Eugenia Roccella hanno innescato una puntuale replica da parte del presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia. La Roccella, esprimendo forti perplessità sul testo, ha paventato il pericolo concreto di un "rovesciamento dell'onere della prova", un argomento che, sebbene ricorrente in certi ambienti, è stato smontato dal magistrato, il quale da decenni si occupa di casi di violenza di genere. Roia, con la chiarezza di chi conosce i meccanismi processuali, ha specificato senza lasciare adito a equivoci che l'obbligo di dimostrare l'assenza di un consenso volontario da parte della donna ricadrà sempre e comunque sulla pubblica accusa, scagionando così la vittima da qualsiasi presunto peso probatorio aggiuntivo.
Le perplessità dell'avvocatura e il rischio di strumentalizzazione
Parallelamente, anche dall'Organismo Congressuale Forense, che rappresenta l'avvocatura italiana, sono arrivate voci critiche, sebbene rivolte a un altro provvedimento, quello sul nuovo reato di femminicidio, approvato all'unanimità dalla Camera. L'organismo forense ha bollato la norma come "una risposta simbolica", l'ennesima, che a loro dire "non salverà purtroppo nemmeno una vita", sostenendo che si affidi al diritto penale un compito di orientamento culturale che non gli sarebbe proprio. Una posizione che, sebbene distinta, si inserisce in un clima di generale scrutinio sulle iniziative legislative in materia, dove il timore di un eccesso di simbolismo sembra contrapporsi alla ricerca di un'efficacia concreta nella repressione e nella prevenzione dei reati.
La posizione della Lega e il freno posto in Senato
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto Matteo Salvini, il quale, pur definendo il principio del consenso "assolutamente condivisibile", ha bocciato l'impostazione della legge attuale, giudicandola "troppo interpretabile". Il leader leghista ha espresso la preoccupazione che una formulazione vaga possa trasformarsi in uno strumento per "vendette personali", da parte sia di donne che di uomini, con il risultato di "intasare i tribunali" senza necessariamente ridurre le violenze. Questa sua valutazione si è tradotta in un'azione politica concreta: al Senato, la Lega ha infatti chiesto di rinviare il testo in Commissione, riaprendo le audizioni e creando uno strappo nella maggioranza.
Un confronto che divide la maggioranza
Mentre la Camera portava a compimento l'iter per il reato di femminicidio, il freno imposto sul ddl del consenso al Senato ha riacceso le tensioni. Le opposizioni hanno parlato di accordi traditi, chiedendo spiegazioni alla ministra Roccella, la quale, a sua volta, ha cercato di placare gli animi ribadendo con determinazione che "la legge si farà". L'episodio rivela le difficoltà nel trovare un punto di equilibrio all'interno della coalizione di governo su una materia così delicata e polarizzante, dove le istanze di giustizia penale si intersecano con sensibilità politiche e interpretazioni giuridiche profondamente diverse.




