Bongiorno: la violenza sulle donne e l'irrilevanza del consenso. Roia deluso dallo stop in Senato
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Redazione Interno
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La violenza sulle donne, un fenomeno che continua a segnare drammaticamente la società, si consuma perché il consenso della persona coinvolta è considerato un elemento sostanzialmente irrilevante. È questa l’amara constatazione che emerge mentre il percorso legislativo per riconoscere quel principio fondamentale subisce una brusca frenata. Il 25 novembre, data in cui si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il Senato avrebbe dovuto approvare la norma in materia di violenza sessuale basata sul ‘consenso libero e attuale’, ma la maggioranza, sostenendo la necessità di ulteriori approfondimenti per rendere il testo più efficace, ha preferito rinviarlo in Commissione Giustizia. Una mossa che, al di là delle giustificazioni formali, ha generato un acceso dibattito e lasciato spazio a profonde amarezze, sollevando interrogativi sulle reali intenzioni di chi ha voluto questo rinvio.
La posizione del magistrato Roia
Tra le voci più autorevoli a esprimere delusione c’è quella di Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano e noto per il suo lungo impegno in questo specifico ambito. Roia, che ha chiarito di parlare più da cittadino che da magistrato, ha definito la decisione un’occasione mancata per dimostrare concretamente quanto sia importante la civiltà del rispetto delle donne. A rendere la situazione ancor più amletica, ha fatto notare, è il fatto che questo freno sia arrivato proprio in quel giorno simbolico, trasformando quella che avrebbe potuto essere una svolta in una pausa di riflessione carica di polemiche. Una circostanza che, come egli stesso ha sottolineato, non fa che accentuare il senso di un’opportunità perduta per l’intero Paese.
Le reazioni politiche allo stop
Dalle fila dell’opposizione, la mossa della coalizione di destra è stata bollata senza mezzi termini come un “grottesco teatrino”, alimentando la domanda retorica su chi possa aver paura di inserire il consenso di una donna nella legge sulla violenza sessuale. Secondo questa prospettiva, chi si spaventa all’idea che quel concetto diventi parte integrante del dettato normativo – come si è sostenuto – o ha “la coscienza sporca o l'inconscio di paglia”, in una critica che mira a colpire le motivazioni politiche e ideologiche alla base della scelta. Si delinea così uno scontro che travalica la semplice tecnica legislativa per investire il piano dei valori e della percezione culturale di un istituto, quello del consenso, che dovrebbe essere il perimetro di qualsiasi relazione.
Un quadro giuridico in evoluzione
Parallelamente, il panorama normativo italiano si è recentemente arricchito di un’altra novità, l’introduzione del delitto di femminicidio, sebbene non manchino voci critiche che ne mettono in discussione la coerenza con i principi cardine dell’ordinamento. Alcuni osservatori, infatti, evidenziano come questa interpolazione – lungi dall’essere considerata un trionfo della giustizia – rischi di configurarsi come l’ennesima distorsione dettata da un’impostazione ideologica. Si sottolinea, in particolare, una presunta frizione con i principi costituzionali di eguaglianza e tassatività della legge penale, nonché con quello di proporzionalità della sanzione. Il precetto, secondo questa analisi, si paleserebbe come un monumento all’incertezza che consegna al giudice un arbitrio pericoloso, fondando la colpevolezza sui moti psichici dell’azione e segnando un ritorno al giudizio sul tipo d’autore, una deriva da cui il diritto penale moderno aveva cercato di allontanarsi.




