Senza consenso è stupro, la mobilitazione in cento piazze contro il ddl Bongiorno

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La giornata di oggi, 15 febbraio 2026, ha visto un'ondata di proteste attraversare la penisola, da Roma a Milano, da Bologna ad Aosta, fino a Biella e a decine di altre città, con un unico, chiaro denominatore: lo slogan "Senza consenso è stupro". L'oggetto del contendere, che ha portato in piazza migliaia di persone secondo le prime stime della stampa locale, è il disegno di legge sulla violenza sessuale e, in particolare, la modifica all'articolo 609 bis del codice penale che porta la firma della senatrice della Lega Giulia Bongiorno. Una mobilitazione, quella promossa dalla rete D.i.re - Donne in rete contro la violenza, dalla Cgil e dal laboratorio permanente consenso scelta libertà, che ha visto una partecipazione trasversale per età e genere, con famiglie, studenti e quelle che a Milano sono state definite "vecchie femministe e nuove leve" sfilare fianco a fianco -5.

Al centro della protesta vi è la sostituzione, nel testo normativo, del concetto di "consenso libero e attuale" – principio accolto nel testo precedentemente licenziato dalla Camera – con il riferimento alla "volontà contraria" della persona offesa. Una modifica che, come hanno spiegato gli organizzatori del corteo romano raccolto in piazza Santi Apostoli, sposta di fatto l'asse dell'indagine. Non si tratterebbe più di accertare l'assenza di un esplicito consenso, bensì di verificare se la vittima abbia manifestato in modo inequivocabile un dissenso, prova che dovrebbe essere valutata "in relazione al contesto e alla situazione". Ciò che i manifestanti contestano è che l'onere della prova torni a gravare su chi subisce la violenza, riaprendo la strada a interrogatori sulla condotta, sulle abitudini e sulla storia personale della vittima, in un'ottica che rischia di produrre quella che viene definita "vittimizzazione secondaria".

Le critiche, emerse con forza nelle piazze e nelle dichiarazioni dei rappresentanti dei centri antiviolenza, non si limitano a un aspetto meramente tecnico-giuridico, ma investono il significato culturale e politico dell'operazione. A Milano, Manuela Ulivi, presidente della Casa di Accoglienza Donne Maltrattate, ha parlato del rischio concreto di un arretramento delle tutele, mentre Cristina Carelli della rete D.i.re ha denunciato quello che ha definito "un attacco fortissimo ai diritti delle donne", un passo indietro rispetto alla legge del 1996 che aveva segnato una svolta epocale nel riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la moralità pubblica -5. Non è un caso, hanno sottolineato in molti, che l'annuncio di questa modifica sia arrivato lo scorso 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, un dettaglio che ai loro occhi carica la scelta di un ulteriore, pesante significato simbolico.

Le voci dalle piazze e le ragioni del no

Anche ad Aosta, seppur con una partecipazione numericamente più contenuta – una cinquantina di persone secondo le cronache locali – il presidio di piazza Porta Praetoria ha voluto lanciare lo stesso messaggio. Tra i presenti, il Centro Donne contro la Violenza e la Cgil hanno ribadito la necessità di mantenere fermo il principio che solo un "sì" esplicito e libero può costituire la base di un rapporto sessuale. A Bologna, dove il corteo ha visto la partecipazione di oltre seicento persone, Susanna Zaccaria, presidente della Casa delle donne, ha ribadito con forza che "sì è solo sì", contrapponendo al testo rivisto dalla senatrice leghista l'impianto originario che parlava di "consenso esplicito, libero, cioè senza prevaricazione, e attuale, cioè che può essere revocato in qualunque momento" -7.

Le ragioni della mobilitazione sono state argomentate nei dettagli anche da esponenti politiche come Anna Bilotti, senatrice del Movimento 5 Stelle, intervenuta in un incontro ad Avellino dedicato alla riforma. La sua riflessione ha toccato il metodo con cui la politica affronta temi così delicati: quando c'è la volontà di risolvere un problema, ha spiegato, si dialoga, mentre quando prevale l'interesse per la propaganda, si tende a polarizzare il dibattito. Nel caso specifico, ha osservato, la scelta di eliminare il riferimento al consenso in favore del dissenso rischia di riportare indietro le lancette della legislazione e, soprattutto, della cultura giuridica, ignorando quanto la letteratura internazionale e la psicologia abbiano insegnato riguardo alle reazioni di blocco di molte vittime di fronte a una violenza. Margherita Carlini, psicologa del Centro antiviolenza di Ancona, ha sottolineato come pretendere la dimostrazione del dissenso equivalga a non tenere conto che la maggior parte delle donne, in quelle circostanze, si blocca, rimanendo paralizzata -1.

La posta in gioco nel dibattito parlamentare

Il nuovo testo base, che ha suscitato queste reazioni, non è ancora legge, ma la sua discussione in Parlamento ha già creato una frattura netta. Le associazioni scese in piazza chiedono che si torni al testo approvato alla Camera lo scorso novembre, frutto di un accordo che aveva raccolto consensi trasversali. La modifica proposta dalla presidente della commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, rischia di rimettere in discussione equilibri faticosamente raggiunti e di allontanare l'Italia dagli standard della Convenzione di Istanbul, che pone il consenso al centro della prevenzione e del contrasto alla violenza di genere. La posta in gioco, come emerge dai cartelloni e dai cori, è la definizione stessa di cosa debba intendersi per violenza sessuale: un atto compiuto contro una volontà che si presume sempre presente fino a prova contraria, o un atto per il quale non si è ottenuto un consenso libero e consapevole. Da questa distinzione, hanno ripetuto i manifestanti, discende l'intero impianto di tutela. La mobilitazione, d'altronde, non si esaurisce con la giornata odierna: gli stessi promotori hanno annunciato che la protesta è solo all'inizio, con l'obiettivo dichiarato di vigilare sull'iter parlamentare e di impedire quella che viene percepita come una pericolosa inversione di rotta.

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