Ddl violenza sessuale, passa il testo Bongiorno. Le opposizioni contrari e in piazza la protesta
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Redazione Interno
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La commissione Giustizia del Senato ha scelto, votando a maggioranza, di adottare come testo base per il disegno di legge sulla violenza sessuale quello presentato dalla relatrice Giulia Bongiorno, senatrice della Lega, il quale introduce un inasprimento delle sanzioni. Il voto, che ha visto schierarsi a favore l’intero centrodestra, ha raccolto il dissenso unanime delle forze di opposizione, dal Partito democratico al Movimento 5 Stelle, da Italia viva ad Alleanza Verdi e Sinistra, le quali hanno espresso una ferma contrarietà, concentrata soprattutto sull’assenza, nel provvedimento, di una definizione giuridica del concetto di consenso. Una scelta, quella dei commissari, che ha di fatto trasformato la proposta Bongiorno nella colonna portante del futuro iter legislativo, destinata inevitabilmente a segnare il dibattito parlamentare nelle prossime settimane.
Il nodo controverso del consenso
Il fulcro dello scontro politico e giuridico, che ha già oltrepassato i confini di Palazzo Madama, risiede proprio nella mancata introduzione nel codice penale – e in particolare nell’articolo 609-bis, quello che disciplina i reati di violenza sessuale – di una chiara disposizione incentrata sulla libera volontà della persona. Le critiche, avanzate con toni duri dalle opposizioni e da una parte del mondo associativo, sottolineano come l’inasprimento puramente sanzionatorio, per quanto significativo, rischi di non cogliere il cuore del problema, lasciando inalterata un’impostazione che molti esperti considerano ormai superata. D’altronde, il testo adottato preferisce mantenere una struttura tradizionale, basata sull’uso della violenza, della minaccia o dell’abuso di autorità, rinviando ad altre sedi, come si dice in certi ambienti, una discussione più ampia sul principio del consenso.
Le reazioni e la mobilitazione
Immediata è stata la risposta delle piazze, con il movimento Non una di meno che ha organizzato una protesta proprio davanti al Senato, annunciando, tra l’altro, ulteriori iniziative di dissenso. Alcuni parlamentari delle opposizioni sono scesi a incontrare le manifestanti, in un clima teso che riflette la polarizzazione del tema. È evidente, a chi osservi la vicenda, che la strada per la legge definitiva sarà lunga e accidentata: il testo base, ora, dovrà affrontare l’esame dell’aula e la possibilità di emendamenti, in un confronto che promette di essere aspro. Le proteste, del resto, non si limitano alle dichiarazioni di voto, ma cercano di portare l’attenzione su ciò che viene definito un passo indietro nella protezione delle vittime.
Il contesto e le prospettive
La discussione si inserisce in un periodo di rinnovata attenzione, anche internazionale, sul tema della violenza di genere, mentre l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per citare un esempio, segue politiche spesso divergenti da quelle europee. In Italia, il percorso legislativo è stato segnato da tentativi precedenti e da un dibattito mai sopito, che vede da un lato la volontà di rendere più severo l’apparato repressivo e dall’altra l’esigenza, sentita da molti, di una riforma culturale del diritto penale in materia. Quello che accadrà in Aula sarà quindi decisivo, con il governo che punta a far presto e le opposizioni pronte a una battaglia di emendamenti, cercando di modificare un impianto che giudicano inadeguato. La partita, insomma, è solo all’inizio e la legge, nella sua forma attuale, rappresenta più un punto di partenza che un traguardo.




