Senza consenso è stupro, la mobilitazione nazionale contro il ddl Bongiorno riempie le piazze italiane
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il grido è chiaro, netto, e oggi, 15 febbraio 2026, riecheggia simultaneamente in oltre cento piazze italiane: “Senza consenso è stupro”. Una mobilitazione diffusa e capillare, quella convocata da “Non una di meno”, dalla Cgil, da realtà come D.I.Re e da numerosi collettivi femministi, che ha visto scendere in strada migliaia di persone per opporsi alla riformulazione del disegno di legge sulla violenza sessuale, un testo uscito profondamente modificato dal lavoro della commissione Giustizia del Senato presieduta dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno -2. Al centro della protesta, il cuore stesso della norma: la sostituzione del principio di “consenso libero e attuale”, approvato all’unanimità alla Camera lo scorso novembre, con il concetto di “volontà contraria” o “dissenso”, un passaggio che per i manifestanti rappresenta un inaccettabile arretramento culturale e giuridico -4.
A Roma il corteo, partito da piazza Santi Apostoli, ha animato il centro con uno striscione che riassumeva l’essenza della rivendicazione, mentre a Milano duemila persone, tra cui molte ragazze e ragazzi ma anche volti storici del femminismo e intere famiglie con bambini, hanno sfilato da porta Romana a piazza Fontana -2. I cartelloni, colorati di rosa dai fumogeni, ribadivano l’equazione che la proposta Bongiorno vorrebbe superare: solo il “sì” è sì, e il silenzio, come ribadito a gran voce, non può e non deve essere scambiato per consenso. La preoccupazione sollevata dagli organizzatori, e ribadita in numerosi interventi pubblici, è che il nuovo impianto normativo sposti pericolosamente il focus dell’indagine dalla condotta di chi avrebbe dovuto accertarsi del consenso a quella della vittima, costringendola di fatto a dimostrare di aver espresso un’opposizione chiara, inequivocabile e contestualizzata -1.
La modifica, che di fatto stravolge l’intesa bipartisan raggiunta a Montecitorio tra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein, introduce all’articolo 609-bis il criterio per cui la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata “tenendo conto della situazione e del contesto” -3. Una formulazione che, spiegano i giuristi vicini ai movimenti, rischia di riportare in auge le cosiddette “linee guida” processuali che finiscono per indagare le abitudini, la moralità e la reazione della persona offesa, alimentando quel fenomeno di vittimizzazione secondaria contro cui le associazioni si battono da anni -1. “Abbandonare il concetto di consenso per quello di dissenso”, si legge in una nota della Cgil Marche che ha aderito alle iniziative di Jesi e Pesaro, “significa mettere di nuovo le donne sul banco delle imputate”, costringendole a rispondere a domande come perché non abbiano urlato o perché non siano fuggite -1.
Anche nel Mezzogiorno la risposta è stata significativa. A Napoli, in piazza del Plebiscito, il presidio ha raccolto una composizione trasversale: accanto ai rappresentanti del Partito Democratico, con il segretario cittadino di Ercolano Antonello Cozzolino e il capogruppo uscente Antonietta Garzia, e al presidente della Regione Campania Roberto Fico, si sono visti attivisti dei centri antiviolenza, esponenti del sindacato e semplici cittadini -5. “Il consenso non si tocca”, hanno scandito i manifestanti, raccogliendo l’appello lanciato dai vertici dem locali, mentre Fico parlava di “vergogna” per un esecutivo a trazione femminile che, a suo dire, produce una legge in arretramento rispetto alla Convenzione di Istanbul -8. Non è mancata la voce di chi, come lo scrittore Maurizio De Giovanni, ha sottolineato la necessità di una presenza maschile più massiccia in queste battaglie, definendo la proposta una “stortura” figlia di una cultura patriarcale -5.
Da Milano a Bologna, il corteo diffuso contro la cancellazione del consenso
Il tam-tam della mobilitazione ha contagiato anche le città del Nord, dove la partecipazione è app apparsa massiccia e determinata. A Milano, il corteo ha rappresentato un crogiolo generazionale, con vecchie e nuove leve del femminismo che hanno marciato compatte, sottolineando come la libertà di autodeterminazione non sia una conquista scontata ma un diritto da difendere quotidianamente anche nel confronto parlamentare -2. Le organizzatrici, facenti capo al laboratorio permanente “consenso scelta libertà”, hanno ribadito con forza che l’introduzione del concetto di “dissenso” non è una mera questione semantica, ma una revisione profonda che rischia di vanificare decenni di battaglie per il riconoscimento della libertà sessuale delle donne, riportando l’asticella della prova sulla presunta vittima piuttosto che sull’aggressore.
A Bologna, dove il corteo promosso dalla Casa delle donne e da “Non una di meno” ha attraversato via Irnerio e via Indipendenza per concludersi in piazza Maggiore, la protesta ha assunto i contorni di una vera e propria lezione di diritto popolare -10. Susanna Zaccaria, presidente della Casa delle donne, ha spiegato ai presenti come la modifica normativa rischi di invertire il paradigma, spostando l’attenzione giudiziaria sul comportamento di chi subisce violenza. “Solo un sì è un sì”, ha ricordato, rivendicando la bontà del testo licenziato dalla Camera che prevedeva un consenso esplicito, libero e revocabile in qualsiasi momento. Un’attivista del collettivo, intervenuta dal palco, ha allargato lo sguardo includendo nel ragionamento le persone trans e quelle che vivono ai margini, categorie per le quali la richiesta di dimostrare la violenza subita si farebbe ancora più gravosa, in un contesto sociale che spesso già le discrimina -10.
La riformulazione Bongiorno e le voci dalle regioni
Mentre a Roma il dibattito politico si infiamma e le opposizioni annunciano battaglia in Aula, la cronaca delle piazze racconta di un disagio che attraversa trasversalmente la società civile. Ad Aosta, un presidio di una cinquantina di persone si è radunato in Piazza Porta Praetoria, dimostrando che la mobilitazione non è solo una questione delle grandi metropoli, ma tocca il sentire diffuso anche nelle realtà più piccole -2. Qui, come altrove, lo slogan “Senza consenso è stupro!” ha tenuto banco per l’intero pomeriggio, raccogliendo l’adesione di associazioni locali e semplici cittadini. Il riferimento, neanche troppo implicito, è alla volontà della senatrice leghista di eliminare ogni traccia del “consenso libero e attuale” dal codice penale, sostituendolo con un meccanismo che, di fatto, richiederebbe alla vittima di aver manifestato in modo inequivocabile il suo “no” -6.
La scelta di Bongiorno, che pure ha difeso il suo operato sostenendo di voler ancorare il dissenso ai casi concreti per evitare interpretazioni troppo aleatorie del consenso, viene letta dai movimenti come un tentativo di reintrodurre elementi di giudizio sulla “rispettabilità” e sulla reazione della donna -3. In quest’ottica, la modifica legislativa non farebbe che assecondare la “peggiore cultura maschilista” presente nella maggioranza, come ha avuto modo di dichiarare la capogruppo Pd alla Camera Chiara Braga, intervenuta a margine delle manifestazioni -3. Il rischio concreto, paventato dalle giuriste e dalle attiviste che oggi hanno animato le piazze, è che si torni a processare la vittima, indagando sul suo stile di vita e sulla sua capacità di opporsi, invece di punire chi non si è accertato della sua piena e libera volontà -1. L’appuntamento è ora per il 28 febbraio a Roma, dove è previsto un corteo nazionale che tenterà di tenere alta l’attenzione su un provvedimento che, per molti, rappresenta un passo indietro rispetto agli standard europei sanciti dalla Convenzione di Istanbul -2.




