La polemica a Più libri più liberi: oscurati gli stand contro una casa editrice

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La fiera romana della piccola e media editoria, che prosegue i suoi incontri fino a domenica, si trova al centro di un dibattito che travalica i confini degli scaffali per investire questioni di etica e di opportunità. La decisione degli organizzatori di includere tra gli espositori la casa editrice “Passaggio al Bosco”, a cui vengono attribuite posizioni vicine al neofascismo e al nazismo, ha innescato una reazione a catena, fatta di defezioni eclatanti e di gesti di protesta silenziosa. Diversi autori, tra i quali spicca il noto disegnatore Zerocalcare, hanno annunciato la loro assenza, motivandola con l’impossibilità di condividere uno spazio culturale con chi, a loro dire, diffonderebbe ideologie riconducibili a un regime criminale. La loro scelta, espressa in una lettera aperta, poggia su un principio chiaro: se la tolleranza è un valore cardine del dialogo intellettuale, essa non può trasformarsi in acquiescenza verso chi nega i fondamenti stessi della convivenza democratica e della memoria storica.

Il bando di un libro e le reazioni politiche

Accanto a questa disputa, se ne è sviluppata un’altra che riguarda un presunto atto di censura. Secondo quanto riportato, agli organizzatori sarebbe infatti imputata anche la decisione di vietare la presentazione di un volume critico verso l’attuale governo e la premier Giorgia Meloni, intitolato “Io non voto Giorgia”, il cui stand sarebbe stato oscurato. Questo episodio ha offerto il fianco a interventi politici contrapposti, come quello del presidente della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, il quale ha bollato ogni forma di veto come un “atto fascista”, enfatizzando la necessità di un pluralismo delle idee senza esclusioni. D’altro canto, esponenti dell’opposizione hanno sottolineato come la vera questione non risieda nella libertà di espressione, bensì nella liceità di concedere una vetrina a chi, secondo le accuse mosse da più parti, farebbe apologia del nazismo, reato previsto dal codice penale italiano.

La protesta silenziosa degli editori in fiera

Mentre le parole volano alte, dentro i padiglioni della Nuvola si è materializzata una forma di dissenso più cupa e immediatamente visibile. Una ventina di case editrici hanno infatti aderito a una protesta simbolica, concordando di spegnere le luci dei propri stand per una mezz’ora. Un blackout volontario che, nel brusio della kermesse, ha assunto il valore di un manifesto di indignazione, un modo per affermare che la condivisione dello spazio espositivo con certe realtà editoriali costituisce, per alcuni, una ferita insanabile. Questo gesto collettivo, se da un lato segnala una frattura profonda nel mondo del libro, dall’altro dimostra come la vicenda abbia scavato solchi netti, spingendo molti a prendere posizione pubblicamente in nome di una responsabilità che va oltre il semplice commercio di volumi.

Il nodo irrisolto tra libertà e limiti

La controversia, nel suo insieme, pone interrogativi spinosi sui confini da tracciare in una società aperta. Se da una parte il principio della libertà di stampa e di espressione sancisce la possibilità per tutte le voci di accedere a una piazza, dall’altra sorge il dilemma se certi linguaggi e certe riletture storiche, che negano o sminuiscono le tragedie del Novecento, debbano essere semplicemente incluse nel mercato delle idee o se, invece, la loro legittimazione pubblica attraverso eventi di settore non finisca per tradursi in una pericolosa normalizzazione. La fiera, che nel nome porta la parola “liberi”, si ritrova così a fare i conti con il lato più oscuro e scomodo di quella stessa libertà, costretta a misurarsi con il fantasma di un passato che, a giudicare dalle reazioni, non tutti considerano definitivamente archiviato. Il dibattito, inevitabilmente, si sposta dalla concretezza degli stand alla sfera dei valori fondativi di una comunità che, attraverso i libri, riflette su se stessa e sui propri anticorpi.

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