L’Italrugby si ferma sul più bello, a Cardiff il sogno del tris si infrange contro un Galles rinato
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Redazione Sport
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Ci avevamo creduto tutti, ed è proprio per questo che il ko di Cardiff ha il sapore amaro di un’occasione straordinaria lasciata per strada. L’Italrugby, dopo aver incantato l’Olimpico sette giorni fa con quella storica prima volta contro l’Inghilterra, si è presentata al Principality Stadium per quello che sulla carta doveva essere il coronamento di un Sei Nazioni da sogno, il torneo dei record con tre vittorie in bacheca per la prima volta dal 2000, anno dell’ingresso nel prestigioso consesso. E invece, come talvolta accade nello sport, la musica è cambiata radicalmente: gli azzurri hanno subito un blackout inspiegabile, un vuoto di gioco e di tensioni durato quasi un’ora, che ha permesso a un Galles ferito e a secco di successi nel torneo dal 2023 di tornare a vivere. I dragoni di Steve Tandy, sostenuti da un intero paese e con il principe di Galles sugli spalti, hanno letteralmente travolto la squadra di Gonzalo Quesada con un primo tempo da ventuno punti a zero e un allungo iniziale nella ripresa che ha fissato il parziale sullo 31-0, prima che l’orgoglio azzurro portasse a tre mete quelle, ormai inutili ai fini del risultato, di Tommaso Di Bartolomeo, Tommaso Allan e Paolo Garbisi.
L’approccio sbagliato e la lezione di un gioco che non perdona distrazioni
L’amarezza, nel dopo partita, derivava proprio dalla consapevolezza di aver vanificato quanto di buono costruito nelle precedenti uscite. Contro la Francia e l’Irlanda, pur uscendo sconfitti, gli azzurri avevano mostrato personalità e un gioco solido; contro la Scozia e, soprattutto, nell’impresa con la Rosa, avevano dimostrato di aver imparato a vincere anche soffrendo, anche senza una prestazione perfetta. A Cardiff, invece, è tornata a vedersi quella vecchia Italia arrendevole e disunita, incapace di reagire alla fisicità gallese e agli spunti del numero otto Aaron Wainwright, autore di due mete e autentico incubo per la difesa italiana. Il capitano Michele Lamaro ha negato che si potesse parlare di "sbornia" post-Inghilterra, ma la realtà del campo ha raccontato di una squadra spenta e senza mordente, che ha concesso troppi spazi e placcaggi mancati, specialmente in quelle fasi di gioco, come le rimesse laterali e le mischie spinte, che erano state il punto di forza nelle giornate precedenti. L’unico vero sussulto, nella ripresa, ha solo reso meno pesante il passivo, ma non ha scalfito la netta impressione di una giornata storta, di quelle che in un torneo breve come il Sei Nazioni si pagano a caro prezzo.
Le speranze infrante e il ritorno alla realtà per la banda Quesada
E così, l’edizione dei record si chiude con due vittorie e un pareggio, un bottino che fino a pochi anni fa avrebbe rappresentato l’apice della felicità, ma che oggi, viste le premesse e la crescita esponenziale della squadra, lascia l’amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Il tris di successi, quello che avrebbe dato una svolta definitiva alla classifica e alla percezione esterna del rugby italiano, è rimandato a data da destinarsi. Nel bollettino di guerra, poi, c’è da registrare anche l’infortunio del pilone Mirco Spagnolo, entrato all’inizio del secondo tempo e costretto a uscire per un problema muscolare alla gamba destra, che verrà valutato nei prossimi giorni dal suo club, il Benetton, in collaborazione con lo staff medico federale. Un contrattempo che si aggiunge alla delusione collettiva.
La cronaca di un pomeriggio storto al Principality Stadium
La partita, in sé, ha avuto un copione fin troppo chiaro. Dopo un avvio equilibrato, al quindicesimo minuto Wainwright ha aperto le marcature, trasformato da Dan Edwards. La meta ha scoperchiato un vaso di Pandora: da lì in poi è stata una continua sofferenza. Il solito Wainwright e il capitano Dewi Lake hanno infilato altre due mete nei primi trenta minuti, chiudendo di fatto la contesa già prima dell’intervallo. Nella ripresa, un ulteriore allungo di Edwards, prima con una meta e poi con un drop, ha portato il parziale sul trentuno a zero, punteggio che gridava vendetta per una squadra che solo sette giorni prima aveva scritto la pagina più bella della sua storia. Poi, la reazione tardiva: la meta di Di Bartolomeo al cinquantaduesimo, trasformata da Garbisi, e quelle finali di Allan e dello stesso Garbisi, che hanno fissato il punteggio sul trentuno a diciassette. Una consolazione magra, che non cancella l’occasione persa ma che, forse, servirà da monito in vista dei prossimi impegni estivi contro Nuova Zelanda, Australia e Giappone. Perché la strada intrapresa da Quesada è quella giusta, ma il rugby, si sa, non ammette cali di tensione.




