L'Italrugby si ferma sul più bello a Cardiff, il tris di vittorie sfuma in un primo tempo da dimenticare

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’era un’occasione, nitida e concreta, per scrivere una pagina ancora più significativa della storia del Sei Nazioni, e invece l’Italia del rugby è incappata in un pomeriggio da dimenticare al Principality Stadium di Cardiff, dove il Galles ha imposto un netto 31-17 che rimanda l’appuntamento con il record. Gli azzurri, reduci dall’impresa epica contro l’Inghilterra e forti di due successi in avvio di torneo, si presentavano tra i gallesi con i favori del pronostico, di fronte a una squadra a secco di vittorie da due anni e disperatamente bisognosa di riscatto. Quella che doveva essere la consacrazione, il sigillo su un’edizione da incorniciare con tre vittorie – un traguardo mai raggiunto prima d’ora – si è trasformata in una doccia gelida, materializzatasi, come un incubo, nella frazione iniziale del match. La squadra di Gonzalo Quesada è apparsa irriconoscibile, lenta nelle letture, imprecisa nei placcaggi e incapace di opporre resistenza alla furia dei dragoni, scesi in campo con una determinazione e un’aggressività che hanno spiazzato completamente la nostra nazionale.

Nel primo tempo, l’Italia ha letteralmente subito il gioco, concedendo tre mete – siglate da Wainwright, autore di una doppietta, e dal capitano Dewi Lake – che hanno portato il parziale su un pesantissimo 21. Non è stato solo un problema di difesa, reparto che ha saltato un numero impressionante di interventi, ma di approccio mentale: l’impressione, netta e inequivocabile, era quella di una squadra appagata, forse illanguidita dai titoli di giornata, che ha affrontato l’impegno con la convinzione che tutto sarebbe venuto da sé. E invece, di fronte c’era un Galles affamato che, a inizio ripresa, ha ulteriormente allungato con una meta e un drop di Edwards, issandosi sul 31-0 e rendendo la partita, a tutti gli effetti, già chiusa dopo soli cinquanta minuti.

Quando ormai il baratro sembrava inevitabile e la figuraccia poteva assumere contorni ben più pesanti, dal cinquantunesimo minuto è emerso un timido ma concreto sussulto d’orgoglio, complice anche l’ingresso di qualche fresh player. L’Italia ha finalmente mostrato sprazzi del gioco ammirato contro l’Inghilterra, trovando la via della meta con Di Bartolomeo, bravo a finalizzare una maul, e poi con Allan e Garbisi. Peccato, però, che siano state due le mete annullate dall’arbitro per dettagli millimetrici, come nel caso dell’incursione di Ioane e di Marin, che avrebbero potuto rendere il passivo meno amaro e, chissà, riaprire la contesa se fossero arrivate con qualche minuto d’anticipo. Tra i pochi a salvarsi dalla débâcle generale, va segnalata la prestazione di Tommaso Menoncello, sempre pericoloso quando ha avuto la palla in mano, e di Lorenzo Cannone, l’unico a garantire fisicità e metri guadagnati anche nel momento di maggiore difficoltà collettiva.

I cambi tardivi non bastano a rimediare a una gestione opaca e a scelte tecniche discutibili

La reazione veemente dell’ultima mezz’ora, se da un lato ha restituito dignità al risultato, dall’altro ha inevitabilmente sollevato piú di un interrogativo sulle ragioni di un approccio cosí rinunciatario. Per lunghi tratti, infatti, la gestione della partita da parte degli azzurri è apparsa confusa, con Paolo Garbisi che ha insistito con calci di punizione sbagliati e con una circolazione del pallone lenta e prevedibile, che ha permesso alla difesa gallese di chiudere ogni varco senza particolari patemi. È mancata la cattiveria agonistica vista sette giorni prima all’Olimpico, quella capacità di sporcare il pallone e di mettere in difficoltà l’avversario con i pick and go. Il Galles, che aveva perso tutte le precedenti partite del torneo, ha giocato la sua giornata perfetta proprio contro un’Italia che, paradossalmente, le aveva offerto su un piatto d’argento la possibilità di tornare alla vittoria. Come sottolineato dallo stesso Quesada a fine gara, ci si era preparati alla pressione gallese, ma sul campo non si è riusciti a trovare gli anticorpi per arginarla.

Il bicchiere mezzo pieno di un Sei Nazioni che rimane storico nonostante l'ultimo passo falso

Se ci si ferma al solo risultato di Cardiff, verrebbe da archiviare la pratica con un'espressione di rammarico e delusione, ma sarebbe ingiusto e riduttivo non inquadrare questa sconfitta nel contesto piú ampio di un torneo che rimane straordinario per la nazionale italiana. I progressi fatti sotto la gestione Quesada, che ha ereditato e rifinito il lavoro di Crowley, sono sotto gli occhi di tutti: la capacità di vincere partite sporche, come quella contro l'Inghilterra, e la consapevolezza di potersela giocare alla pari con chiunque, come dimostrato nell'impari sfida di Dublino contro l'Irlanda. Due vittorie e un pareggio – ottenuto contro la Francia, anche se con qualche polemica per una meta annullata – rappresentano comunque il miglior risultato di sempre in termini di punti in classifica e confermano che il gap con le grandi del torneo si sta assottigliando.

La sconfitta contro il Galles, per quanto pesante nell’economia del match, non cancella i sorrisi e l’entusiasmo che questa squadra è tornata a regalare al pubblico italiano, capace di riempire lo stadio e di appassionare anche chi il rugby lo segue solo in occasioni speciali. Il rischio, adesso, è di commettere lo stesso errore fatto alla vigilia della partita con i dragoni: quello di sentirsi arrivati. La strada per diventare una nazionale stabilmente competitiva è ancora lunga e lastricata di ostacoli, a partire dalle fragilità strutturali del movimento italiano, con solo due squadre professionistiche (Benetton e Zebre) che faticano nello United Rugby Championship. In estate arriveranno gli impegni contro Nuova Zelanda, Australia e Giappone, e saranno quelle le sedi in cui verificare se la lezione di Cardiff sarà servita a mantenere i piedi ben saldi per terra, senza farsi abbagliare dai fuochi fatui dei proclami.

Le pagelle: Menoncello si salva, in tanti affondano in un primo tempo da incubo

Tra i pochissimi che possono uscire a testa alta dal Principality Stadium c’è indubbiamente Tommaso Menoncello, giudicato con un sette in pagella per la sua costante pericolositŕ in attacco, nonostante i compagni non sempre siano riusciti a sfruttare i suoi break. In negativo, invece, spiccano le prestazioni di Monty Ioane, autore di errori banali e di una gestione confusionaria del pallone, e di Louis Lynagh, costantemente in difficoltà in difesa e nel gioco aereo. Lorenzo Cannone, con un sei e mezzo, è stato tra i piú continui, mentre il pacchetto di mischia ha retto solo a sprazzi, con Fischetti e Nicotera autori di una prova opaca. La nota positiva arriva dalla panchina: gli ingressi di Varney, Marin e Spagnolo hanno dato vivacità e qualità alla manovra, facendo rimpiangere che il cambio di marcia non sia avvenuto con piú tempestività. La squadra, nel suo complesso, paga un primo tempo falloso e remissivo, che ha compromesso irrimediabilmente un pomeriggio che doveva essere di festa e che invece si è trasformato in un amaro promemoria: nel rugby, niente è mai scontato.

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