Mogol a 90 anni: il rimpianto per Battisti e la scelta di "Dormi amore" come canzone della vita

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Giulio Rapetti, per tutti e ormai da generazioni Mogol, si appresta a tagliare il traguardo del novantesimo compleanno, che cadrà il prossimo 17 agosto, con una consapevolezza e una serenità conquistate sul campo, dopo una vita passata a inseguire e a cesellare parole destinate a diventare la colonna sonora di un'intera nazione. Il paroliere che ha scritto 1.776 canzoni e venduto 523 milioni di dischi ha scelto il Corriere della Sera per un bilancio a cuore aperto, in cui il rapporto con Lucio Battisti torna a occupare il centro della scena, ma con una prospettiva diversa, segnata dal tempo e da una riflessione profonda su cosa valga davvero la pena portarsi dietro.

In questa intervista, rilasciata a pochi giorni dal compleanno, Mogol non si nasconde e affronta i fantasmi del passato, a partire dall'uomo con cui ha rivoluzionato la canzone d'autore italiana, per arrivare alla canzone che più di ogni altra sente come profondamente sua, rivelando un lato inedito e personale del suo immenso universo creativo.

Il rimpianto per una riconciliazione mancata

Il nodo centrale del racconto è la dolorosa separazione da Lucio Battisti, avvenuta nel 1980 dopo circa quindici anni di sodalizio artistico e umano. A distanza di decenni, Mogol ammette con franchezza un rimpianto che lo accompagna: non essersi riconciliato con il cantautore prima della sua scomparsa.

La scintilla che fece implodere il loro rapporto fu una questione pratica, legata alla ripartizione dei diritti editoriali, che il paroliere sentiva come non sufficientemente equa: "Io avevo chiesto semplicemente che la ripartizione editoriale fosse equa", ha spiegato, aggiungendo che forse Battisti, in quella vicenda, fu male consigliato. Ciò che oggi, alla soglia dei novant'anni, assume un peso specifico diverso non è tanto la disputa in sé, quanto la consapevolezza di aver lasciato che quella ferita restasse aperta.

"Quando Lucio è morto – ha confessato – ho pensato che forse, indipendentemente dall’equità, avrei potuto accettare che le cose rimanessero così". In queste parole si avverte il rammarico di chi avrebbe voluto anteporre il valore di un legame profondo a una divergenza che, con il senno di poi, appare meno essenziale. I due, che avevano costruito un'eredità culturale immensa, non trovarono la strada per ricucire lo strappo, e quel pensiero, oggi, è per Mogol una ferita mai del tutto rimarginata, un'occasione perduta che il tempo non potrà più restituire.

L'inizio di un sodalizio leggendario

Per comprendere la portata di quel legame, forse, bisogna tornare all'inizio, a quell'incontro che avrebbe cambiato per sempre la musica italiana. Mogol ha ricordato il primo impatto con Battisti, un episodio che già conteneva in sé il germe della loro speciale intesa: "Mi aveva fatto sentire una canzone e gli dissi francamente: 'Non è un granché'. Lui rispose: 'Non sono d’accordo' e mi fece un grande sorriso".

Da quella sincerità spiazzante e da quel sorriso nacque una delle coppie artistiche più influenti del Novecento, capace di fondere una poesia che parlava al cuore della gente con una sperimentazione musicale che guardava avanti. Il loro percorso, iniziato alla fine degli anni Sessanta, regalò pagine indimenticabili, ma quel capitolo si chiuse bruscamente nel 1980, in un silenzio che nessuno dei due riuscì più a spezzare definitivamente.

La loro collaborazione non fu soltanto un sodalizio professionale, ma un'alleanza totale, un'intesa che ha segnato un'epoca, e proprio per questo la sua fine è stata avvertita da Mogol come una perdita che va molto oltre la sfera del lavoro.

"Dormi amore", la canzone più amata

In mezzo a mille successi che hanno fatto la storia, Mogol ha rivelato quale sia la sua creatura prediletta, e la scelta è sorprendente. Non è una delle sue celebri collaborazioni con Battisti, ma un brano più recente e profondamente intimo: "Dormi amore", portata al successo da Adriano Celentano su musica di Gianni Bella.

La motivazione di questa scelta è di una sincerità commovente e getta luce su un aspetto privato finora poco noto: "Sono 33 anni più vecchio di mia moglie e ovviamente morirò molto tempo prima di lei: parlo di questo, di lei sola e io che comunque tornerò a vegliare su di lei". La canzone, quindi, non è solo un testo ben riuscito, ma un testamento spirituale, una promessa d'amore che supera il confine della vita terrena.

È la dichiarazione di un uomo che ha costruito la sua carriera su sentimenti universali e che, giunto al termine del suo cammino, sceglie la canzone che più di ogni altra racconta il suo amore più grande e la sua paura più intima, trasformando la fragilità in poesia. In questo brano, Mogol ha riversato la sua condizione esistenziale, facendo di una canzone pop un dialogo intimo e toccante con la persona che ama, trovando così la sua personale via alla serenità.

Un'autobiografia in mille canzoni

Questi novant'anni rappresentano, per Mogol, non tanto un punto d'arrivo quanto una tappa di un viaggio che è stato e continua a essere un'avventura. A chi gli chiede come vive l'avanzare dell'età, risponde con la saggezza di chi ha imparato ad accettare ciò che la vita gli offre: "L’arrabbiatura diminuisce pian piano, con l'aumentare degli anni. Bisogna imparare ad accettare quello che arriva dalla vita". Il suo è stato un percorso incredibile, costellato di momenti professionalmente esaltanti e di soddisfazioni che pochi altri autori possono vantare.

La sua carriera è stata una continua scoperta, un susseguirsi di incontri e progetti che hanno contribuito a creare l'immaginario musicale italiano. Ogni canzone, come ha sempre raccontato, è per lui un frammento di vita, un'emozione trasformata in versi e note. E mentre si avvicina a questo importante traguardo, lo fa con la leggerezza di chi ha già scritto il suo lascito, consapevole che le sue parole continueranno a vivere molto oltre il suo compleanno, restando impresse nella memoria collettiva come una delle pagine più alte della canzone italiana.

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