Mogol, il poeta socialista: "Una mia canzone contro i femminicidi cambierà gli uomini"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Giulio Rapetti, che tutti conoscono come Mogol, si definisce, senza alcuna esitazione, un socialista il cui obiettivo primario rimane quello di fare del bene, un proposito che intende perseguire anche attraverso la potenza della musica, annunciando una canzone sui femminicidi concepita con l'ambizioso scopo di modificare la mentalità degli uomini. L'anno prossimo compirà novant'anni, un traguardo che affronta con un dinamismo invidiabile, dedicandosi all'acquagym a giorni alterni, all'equitazione e all'insegnamento presso il Cet, la scuola di musica da lui fondata, mentre la sua dieta rimane sobria. Ha scritto più di duemila canzoni, un patrimonio inestimabile per la cultura italiana, ha amato moltissime donne e due mogli, rifiuta con fermezza l'appellativo di paroliere preferendo quello di poeta, e spera, un giorno, di essere ricordato soprattutto per la sua onestà. Prega, crede, e guarda il calcio tutte le sere, perché, come ha scritto in quella che egli stesso considera l'unica canzone d'amore della musica leggera italiana a trattare di amicizia, "il mio mestiere è vivere la vita".

Lo "schiaffo" di Battisti ad Agnelli e le accuse politiche

In un racconto che intreccia memoria personale e storia collettiva, Mogol rievoca un episodio emblematico dell'integrità artistica del suo partner musicale, rivelando come Lucio Battisti abbia rifiutato un'offerta da due miliardi di lire da parte di Gianni Agnelli, un gesto che, se da un lato testimoniava una ferrea indipendenza, dall'altro contribuì a creare un'aura di incomprensione attorno alla loro figura. In quel clima teso, ricorda Mogol, "chi non era schierato era ritenuto fascista", e il silenzio veniva sistematicamente interpretato come un assenso, al punto che le contestazioni coinvolsero persino artisti del calibro di Francesco De Gregori e Fabrizio De André. Le accuse raggiunsero vette di assurdità tali da insinuare, senza alcun fondamento, che Battisti finanziasse Ordine Nuovo, e che le braccia alzate nella copertina de "La collina dei ciliegi" rappresentassero dei saluti romani, mentre per loro, spiega, quelle braccia non erano altro che un gesto di tensione verso il cielo, una simbolica ricerca di libertà.

La fine del sodalizio artistico e le verità private

Il leggendario sodalizio con Battisti, uno dei più geniali della musica italiana, si interruppe, secondo la sua ricostruzione, per questioni legate a quote azionarie, una frattura di natura economica che segnò la fine di un'era creativa. Esistono, poi, verità che rimangono custodite nel privato, come il fatto che Battisti non gli parlò mai di sua moglie, un silenzio che delinea i confini di un rapporto professionale intensissimo ma circoscritto. Anche un tentativo di riavvicinamento artistico, che vedeva Mogol riscrivere un testo di Bob Dylan, naufragò a causa del mancato assenso del musicista, un ulteriore tassello che contribuì a definire la distanza tra i due.

La vita come opera e l'impegno futuro

Oggi, a distanza di anni, Mogol continua a vivere la sua vita con la stessa intensità di sempre, un'opera in divenire che lo vede impegnato in numerose attività, dall'insegnamento alla scrittura, senza mai perdere di vista l'orizzonte etico che ha sempre caratterizzato il suo percorso. La sua è una presenza costante nel panorama culturale, un punto di riferimento le cui canzoni, da "I giardini di marzo" in poi, hanno segnato intere generazioni, e il cui prossimo impegno contro la violenza sulle donne dimostra come la sua arte non intenda abdicare al suo ruolo sociale, perseguendo quell'ideale di bene che si è prefissato.

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