Il convoglio con la bara di Itay Chen attraversa il confine, mentre gli Usa spingono per una risoluzione all'Onu
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Redazione Esteri
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Il convoglio militare israeliano, che trasportava la bara di Itay Chen, ha varcato in silenzio il confine tra la Striscia di Gaza e Israele, trovando ad attenderlo, nella serata di ieri, un gruppo di persone radunatesi nonostante l’ora tarda. Coloro che, con bandiere e striscioni, hanno voluto rendere omaggio al giovane sergente maggiore, si erano dati appuntamento in quella che viene comunemente definita la “Gaza Envelope”, l’area di territori israeliani che costeggiano il perimetro della Striscia e che più di altre ha conosciuto l’impatto del conflitto. La scorta delle forze di difesa israeliane ha poi proseguito, senza soste, verso l’Istituto Nazionale di Medicina Legale, dove sono state avviate le indispensabili procedure di identificazione della salma, un passaggio doveroso e al tempo stesso lacerante per la famiglia, la quale attendeva da mesi notizie certe sul destino del ragazzo.
Il contesto diplomatico
Mentre il corpo di Chen, diciannovenne con doppia cittadinanza israeliana e statunitense, rapito e ucciso durante gli eventi dello scorso anno, compiva il suo ultimo viaggio, la diplomazia internazionale tentava di compiere i propri passi. L’amministrazione del presidente Donald Trump, infatti, ha presentato ai paesi partner una bozza di risoluzione in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un documento che mira a ottenere un sostegno formale per il suo piano di pace destinato a Gaza. La missione americana presso l’Onu, per dimostrare una base di consenso più ampia possibile, ha fatto circolare il testo non solo tra i dieci membri eletti del Consiglio, ma anche tra diversi attori chiave della regione, come Egitto, Qatar e Arabia Saudita, convocati dall’ambasciatore Mike Waltz in un incontro che le fonti descrivono come prova di un “sostegno regionale” all’iniziativa.
Lo scambio di resti umani
La restituzione dei resti di Itay Chen, che Hamas ha consegnato dopo una lunga e complessa trattativa, non è stato un evento isolato. Secondo le dichiarazioni rilasciate dai funzionari dell’ospedale Nasser di Khan Younis, Israele ha riconsegnato i corpi di quindici palestinesi, deceduti mentre si trovavano in detenzione nelle carceri israeliane. Questo scambio, se da un lato chiude una vicenda umana per una famiglia, dall’altro rientra in una pratica che, stando ai resoconti locali, ha portato alla restituzione di centinaia di corpi palestinesi nell’arco dell’ultimo mese, un dato che fa comprendere la portata e la delicatezza di queste operazioni, le quali procedono parallelamente ai fragili negoziati.
La dinamica degli accordi
Il meccanismo, che vede il ritorno dei resti di cittadini israeliani in cambio della restituzione di corpi di palestinesi, appare ormai consolidato, sebbene ogni caso sollevi questioni profonde di carattere umanitario e politico. L’annuncio di Hamas di voler consegnare anche il corpo di un altro ostaggio aggiunge un tassello a un puzzle diplomatico estremamente complesso, mentre gli Stati Uniti si apprestano a condividere formalmente la loro proposta all’Assemblea delle Nazioni Unite, la quale prevede, tra gli altri punti, il dispiegamento di una forza internazionale, un elemento che potrebbe ridisegnare gli equilibri di sicurezza in un’area da troppo tempo instabile.




