Elezioni in Russia, il voto che non cambia nulla: Russia Unita verso il controllo della Duma
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Redazione Esteri
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In Russia si vota per il rinnovo della Duma di Stato, la camera bassa del parlamento. Le operazioni sono iniziate nella giornata di venerdì 18 settembre e proseguiranno fino a domenica 20, con i primi seggi aperti nelle regioni più orientali del Paese, dal Kamchatka a Chukotka, e con un calendario che si snoda attraverso le undici fusi orari che attraversano il territorio federale.
Si tratta della prima elezione parlamentare nazionale da quando è iniziata l'invasione russa su vasta scala dell'Ucraina, un appuntamento che il Cremlino ha preparato con cura per garantire la continuità del controllo su Russia Unita, il partito che fa capo al presidente Vladimir Putin.
Il presidente ha votato online, come mostrano le immagini diffuse dal Cremlino: seduto al computer nel suo studio di lavoro, ha letto il testo sullo schermo, ha effettuato alcuni clic e si è poi allontanato dalla postazione con un gesto della mano per indicare la conclusione della procedura.
Un voto simbolico, ma che conferma il ruolo centrale del capo dello Stato nell'architettura istituzionale russa. Il meccanismo elettorale prevede 450 seggi alla Duma: 225 vengono assegnati con il sistema proporzionale sulle liste di partito, con una soglia di sbarramento al 5 per cento, mentre i restanti 225 sono attribuiti nei collegi uninominali con voto a maggioranza relativa.
Un'offerta politica ridotta all'osso
Dei dieci partiti ammessi alla competizione, nessuno ha espresso una posizione critica verso la guerra. Il partito Yabloko, che aveva inizialmente ottenuto la registrazione ed era l'unica formazione dichiaratamente contraria al conflitto, è stato escluso dalla Corte suprema per motivi formali. Diversi suoi esponenti sono finiti in carcere o hanno dovuto lasciare il Paese, mentre alcuni candidati sono stati rimossi dalle liste per vecchie foto o post sui social. Il candidato indipendente Boris Nadezhdin, dichiarato agente straniero, ha scelto l'esilio.
Il quadro che ne risulta è quello di una competizione politica in cui l'opposizione al Cremlino è stata di fatto bandita dalle urne.
A guidare la lista di Russia Unita per la parte proporzionale è stato scelto Sergey Lavrov, ministro degli Esteri, una figura che incarna la linea della fermezza sul piano internazionale. Accanto a lui figurano il sindaco di Mosca Sergey Sobyanin, la commissaria per i diritti dei bambini Maria Lvova-Belova, il corrispondente di guerra Evgeny Poddubny e Vladislav Golovin, leader dell'organizzazione giovanile "Yunarmiya" e decorato con il titolo di Eroe della Russia.
Una composizione studiata per parlare a elettorati diversi: il fronte diplomatico, l'amministrazione concreta, il mondo dei militari e dei veterani, la narrativa della protezione dell'infanzia. Sono circa duecento i candidati con esperienza di combattimento in Ucraina presenti nelle liste dei vari partiti, un segnale di come il conflitto sia entrato a far parte della macchina elettorale.
Il peso della guerra sull'economia e sulla società
Il contesto in cui si svolge il voto è profondamente mutato rispetto alle elezioni del 2021. I costi economici della guerra si accumulano: il governo ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il 2026, portandole allo 0,4 per cento dal precedente 1,3 per cento, citando la carenza di manodopera, l'aumento della spesa pubblica e le sanzioni occidentali. Il tasso di interesse della Banca centrale resta su livelli elevati, intorno al 14,5 per cento, e le entrate energetiche hanno registrato un calo significativo nei primi mesi dell'anno.
A pesare sono anche gli attacchi ucraini contro le raffinerie e le infrastrutture logistiche: secondo l'Agenzia internazionale per l'energia, la capacità di raffinazione russa si è ridotta di circa il 30 per cento rispetto ai livelli precedenti all'invasione, con ripercussioni sulla produzione di benzina e diesel e con il governo costretto a limitare le esportazioni di carburante per proteggere il mercato interno.
Sul piano della società civile, la repressione ha continuato a intensificarsi. Le organizzazioni non governative indipendenti sono state progressivamente smantellate attraverso leggi su agenti stranieri, organizzazioni indesiderabili ed estremismo. Secondo i dati delle Nazioni Unite, oltre 343 organizzazioni sono state etichettate come indesiderabili, più di 1.173 entità e individui sono stati designati come agenti stranieri e oltre 20.000 persone figurano nella lista dei terroristi ed estremisti.
Il risultato è un ambiente in cui ogni forma di dissenso pubblico è stata criminalizzata e le voci critiche verso il conflitto sono state costrette al silenzio o all'esilio.
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