L’attacco congiunto su Teheran, la morte di Khamenei e di Ahmadinejad, e la nuova dottrina Trump per l’Iran
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La notte tra venerdì e sabato ha segnato un’accelerazione drammatica negli equilibri del Medio Oriente, con le Forze di difesa israeliane che, in coordinamento con gli Stati Uniti, hanno lanciato quella che il governo israeliano ha definito come un’operazione preventiva su larga scala contro la Repubblica Islamica. L’aggressione militare, partita nel giorno dello Shabbat, la festività ebraica, non si è limitata a obiettivi militari, ma ha visto colonne di fumo alzarsi su diversi quartieri di Teheran, inclusa l’area che ospita la residenza della Guida Suprema, portando il conflitto direttamente nel cuore pulsante del potere iraniano. Nel caos delle prime ore, una delle notizie più dirompenti, e che ha trovato conferma solo nelle ore successive attraverso i media governativi iraniani, è stata la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, un evento che da solo sarebbe bastato a riscrivere le sorti della regione, ma a cui si è aggiunto un ulteriore, tragico bilancio.
Secondo ricostruzioni incrociate fornite da agenzie internazionali e riprese dalla stampa indonesiana, tra le vittime dei raid condotti nella capitale ci sarebbe infatti anche Mahmoud Ahmadinejad, l’ex presidente della Repubblica Islamica, figura quanto mai controversa e simbolo di un’era di durissimo confronto con l’Occidente. Le testate che hanno riportato la notizia, tra cui il quotidiano The Telegraph citato da fonti locali, parlano di un attacco che avrebbe raso al suolo la sua abitazione nel distretto di Narmak, nella periferia nord-orientale di Teheran, uccidendo l’ex capo di Stato insieme ad alcuni membri della sua scorta personale. Sebbene il silenzio delle autorità centrali iraniane sulla sorte di Ahmadinejad alimenti ancora qualche margine di dubbio, la linea editoriale dei media allineati al regime non ha smentito né corretto la notizia della sua morte, lasciando intendere che la duplice eliminazione fisica della Guida Suprema e di un ex presidente potrebbe essere il dato più rilevante di questa offensiva.
Mentre Israele giustificava l’attacco con la necessità di neutralizzare una minaccia esistenziale imminente, parlando di un’operazione per “aiutare il popolo iraniano a ottenere la libertà”, la Casa Bianca seguiva una linea comunicativa più articolata e, per certi versi, inquietante. Donald Trump, in una breve intervista rilasciata al New York Times prima che le operazioni entrassero nel vivo, ha rivelato di avere già in mente una rosa di possibili successori per la nuova leadership di Teheran, affermando di avere “tre ottime scelte” per guidare il Paese, senza però volerne anticipare i nomi prima di aver “finito il lavoro”. Una dichiarazione che lascia poco spazio all’interpretazione su quella che è ormai chiaramente una strategia di cambio di regime, piuttosto che una semplice ritorsione per presunte violazioni passate.
A fronte di queste dichiarazioni, il conflitto sembra essersi rapidamente esteso oltre i confini iraniani, coinvolgendo una pluralità di attori e territori. Fonti dell’Afp hanno segnalato forti esplosioni nei pressi dell’aeroporto di Erbil, in Iraq, dove ha sede un contingente militare della coalizione a guida statunitense, mentre dalla penisola arabica arrivano notizie di attacchi incrociati che hanno messo in allarme gli alleati storici di Washington. A Beirut e nel Sud del Libano, l’aviazione israeliana ha condotto raid in risposta al lancio di proiettili dal territorio libanese verso il nord di Israele, un’escalation che complica ulteriormente il quadro e rischia di allargare il fronte. In questo clima, la reazione dell’Italia e dell’Unione Europea si è concentrata principalmente sulla messa in sicurezza dei propri cittadini. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso preoccupazione per la sorte degli italiani presenti nell’area del Golfo, mentre il titolare della Difesa, Guido Crosetto, bloccato a Dubai a causa della chiusura degli spazi aerei, ha annunciato il suo rientro a bordo di un velivolo militare, sollevando nel frattempo un acceso dibattito politico interno.
La risposta di Teheran e le crepe nella narrazione della “guerra preventiva”
La controffensiva iraniana, lungi dall’essere meramente simbolica, ha assunto i contorni di una rappresaglia capillare che ha preso di mira non solo installazioni militari statunitensi, ma anche obiettivi civili e infrastrutture strategiche in tutto il Golfo. Secondo un rapporto diffuso da fonti militari americane e ripreso dalla stampa indiana, Teheran avrebbe colpito non meno di tredici obiettivi, spaziando dal complesso alberghiero Fairmont The Palm di Dubai al porto di Jebel Ali, fino ad aree residenziali a Tel Aviv e Bahrein. Questa strategia, volta a dimostrare la capacità di penetrazione dei propri missili e droni, mira a colpire il nemico nei suoi interessi economici e nella vita quotidiana dei civili, alzando il costo politico dell’aggressione subita. La scelta di bersagli come l’aeroporto internazionale di Dubai o il Crowne Plaza di Manama, infatti, sembra studiata per trasmettere un messaggio chiaro: la guerra non resta confinata in Iran, ma si riversa su tutto l’ecosistema di alleanze che sostiene Israele e gli Stati Uniti.
Parallelamente, sul piano del diritto internazionale, si è aperto un fronte di critiche alla definizione di “attacco preventivo” coniata da Israele. Il ministro degli Esteri norvegese, Barth Eide, ha osservato come un’operazione militare di tale portata non possa essere considerata preventiva secondo i canoni del diritto internazionale, dal momento che non vi era alcuna prova di una minaccia imminente e conclamata da parte iraniana. Una distinzione sottile ma fondamentale, che sposta l’asse del dibattito dalla legittima difesa all’aggressione non provocata, e che trova riscontro nelle stesse dichiarazioni di Trump, il quale, intervistato da Axios, ha ammesso l’esistenza di due opzioni: una guerra lunga per “prendere il controllo di tutto” o una soluzione rapida per dire agli iraniani di ricostruire, rimandando il problema di qualche anno. Una prospettiva, quest’ultima, che stride con la retorica della minaccia imminente e svela la natura prettamente politica, più che difensiva, dell’intervento.
L’assedio alle basi americane e la risposta degli alleati del Golfo
L’ampiezza geografica della risposta iraniana ha messo in luce la vulnerabilità delle basi statunitensi disseminate nei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo. In Kuwait, i missili hanno causato danni significativi alla pista dell’Ali al-Salem Air Base, dove sono dispiegati anche militari italiani dell’Aeronautica, mentre in Qatar le esplosioni nei pressi della gigantesca base aerea di Al-Udeid, che ospita il quartier generale del Comando Centrale americano, hanno costretto le difese a un intervento massiccio per intercettare i vettori in arrivo. Il fatto che Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait abbiano dovuto impiegare i propri sistemi di difesa per abbattere missili sul proprio territorio, subendo comunque danni e vittime civili, ha sottoposto questi regimi a una pressione inedita, costringendoli a schierarsi apertamente in un conflitto che molti dei loro cittadini percepiscono come imposto dagli interessi strategici di Washington e Tel Aviv.
Questa dinamica rischia di incrinare i delicati equilibri su cui si regge la presenza militare occidentale nella regione. Mentre il governo iracheno, attraverso le sue forze curde, riferiva dell’intercettazione di droni su Erbil, il Libano vedeva i suoi cieli solcati dai caccia israeliani in risposta ai lanci di Hezbollah, azioni che il movimento sciita ha giustificato come vendetta per l’uccisione di Khamenei. Il premier libanese Nawaf Salam ha immediatamente condannato il lancio di razzi dal sud del Paese, bollandolo come un atto avventurista e sconsiderato che rischia di trascinare nuovamente il Libano in una spirale di violenza da cui fatica a riprendersi, dimostrando quanto la governance locale sia fragile e in balìa di forze che sfuggono al suo controllo.
La condizione dei connazionali e il dibattito politico a Roma
Mentre il Medio Oriente brucia, il governo italiano si trova a dover gestire una doppia emergenza: quella dei circa 400 connazionali assistiti dall’ambasciata a Teheran e dei turisti, inclusi gruppi di studenti minorenni, bloccati negli Emirati a causa della sospensione dei voli civili. Antonio Tajani, dopo aver partecipato a un Consiglio Affari Esteri straordinario dell’Unione Europea, ha ribadito le tre priorità dell’azione diplomatica italiana, ovvero la de-escalation, la sicurezza dei cittadini e il contenimento dei danni economici, ma ha dovuto prendere atto che la situazione è in rapido peggioramento e che non ci sono margini per un ottimismo di breve periodo. L’ambasciata a Abu Dhabi, operante dalla residenza dell’ambasciatore dopo i danni riportati da un grattacielo limitrofo, lavora per garantire assistenza, ma la sensazione è quella di una corsa contro il tempo.
A rendere più complessa la posizione dell’esecutivo è la bufera politica scatenatasi attorno alla figura di Guido Crosetto. Il ministro della Difesa, sorpreso a Dubai dalla chiusura dello spazio aereo, ha annunciato il rientro su un volo militare partito da Pratica di Mare, dopo essersi trasferito via terra in Oman per imbarcarsi su un Gulfstream. Nel suo messaggio social, Crosetto ha tenuto a precisare di aver versato una somma tripla rispetto alla tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato, nel tentativo di tacitare le polemiche sulle presunte facilitazioni di cui avrebbe goduto. Le opposizioni, in particolare il Partito Democratico con Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle con Giuseppe Conte, hanno attaccato duramente il governo, sostenendo che la mancata informazione preventiva da parte degli alleati americani dimostri l’irrilevanza dell’Italia sullo scacchiere internazionale, nonostante le millantate amicizie personali della premier con Trump. Un’accusa, quella di essere stati lasciati all’oscuro dell’attacco mentre inglesi, francesi e tedeschi sarebbero stati avvisati, che rischia di minare la credibilità dell’esecutivo in un momento in cui la diplomazia silenziosa sarebbe invece più necessaria che mai.




