L’attacco congiunto di Usa e Israele sull’Iran, uccisi Khamenei e Ahmadinejad. Tajani: "Preoccupazione per gli italiani". Crosetto rientra con un volo militare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il tabù della guerra aperta e dichiarata contro la Repubblica Islamica è caduto all’alba di sabato, quando i caccia israeliani e statunitensi hanno iniziato a colpire il cuore di Teheran e di altre città iraniane, in quella che è stata battezzata dalle forze armate come Operation Epic Fury, o "Ruggito del Leone" per la componente israeliana, un’offensiva definita preventiva per neutralizzare quella che il premier Benjamin Netanyahu ha descritto come una minaccia esistenziale, ma che nelle sue prime ventiquattr’ore ha assunto i contorni di una vera e propria opera di decapitazione del regime. Oltre alle infrastrutture nucleari e militari, già oggetto di raid nei mesi scorsi, i missili hanno centrato con precisione le residenze e i luoghi di ritrovo dell’intera leadership politica e religiosa, causando, come confermato dalla televisione di Stato iraniana, la morte della Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei. Con lui, secondo le agenzie di stampa locali, hanno perso la vita anche alcuni familiari stretti — tra cui una figlia, un genero e un nipote — oltre a importanti figure militari come il comandante dei Pasdaran Mohammad Pakpour e il ministro della Difesa, Aziz Nasirzade. Una delle notizie più drammatiche filtrate dalla capitale, e riportata inizialmente dalla stampa iraniana che ha parlato di "attacchi terroristici", riguarda l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, rimasto ucciso insieme alle sue guardie del Corpo nel quartiere Narmak di Teheran, dove la sua abitazione è stata centrata in pieno dalle bombe.

La risposta di Teheran e la chiusura dello Stretto di Hormuz

La reazione dei Pasdaran non si è fatta attendere e, nel giro di poche ore, ha trasformato l’intera regione del Golfo in un teatro di scontri diffusi, con l’operazione denominata "Truth Promise 4" che ha visto il lancio di centinaia di missili e droni contro obiettivi israeliani e basi americane in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, dove a Dubai sono state colpite alcune zone dell’isola artificiale Palm Jumeirah. A terra e in mare, la mossa più pesante è stata l’annuncio immediato della chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il 20% del petrolio mondiale, un atto di guerra economica che rischia di avere ripercussioni pesantissime sugli equilibri energetici globali. Le sirene sono risuonate a Tel Aviv e in diverse città israeliane, con la popolazione costretta a correre nei rifugi mentre i sistemi di difesa aerea tentavano di intercettare le ondate di droni, una dinamica che ha riportato alla memoria le recenti escalation ma con una intensità e una vastità mai vista prima d’ora, complice il coinvolgimento diretto e dichiarato degli Stati Uniti al fianco di Israele.

Le reazioni della politica italiana: preoccupazione per i connazionali e il rientro di Crosetto

Mentre il mondo tratteneva il fiato e i leader internazionali si affrettavano a prendere posizione — con Vladimir Putin che ha espresso le sue condoglianze al presidente iraniano Massud Pezeshkian parlando di "omicidio cinico" e di violazione del diritto internazionale, e Volodymyr Zelensky che ha invece definito l’Iran un complice di Mosca per la fornitura di droni — l’Italia ha attivato immediatamente le procedure di monitoraggio e sicurezza per i propri cittadini. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso forte preoccupazione per gli italiani presenti nell’area del Golfo, che secondo le stime sono circa 58mila, molti dei quali residenti di lungo periodo o professionisti impiegati in aziende locali, ma anche turisti e viaggiatori d’affari rimasti bloccati a causa della chiusura degli spazi aerei di Israele, Iran, Iraq e diversi Paesi della penisola arabica. Tajani ha raccomandato a tutti i connazionali di non muoversi dalle proprie abitazioni o dagli alberghi e di seguire le indicazioni delle autorità locali, confermando la piena operatività dell’Unità di Crisi della Farnesina in vista di una possibile evacuazione, specialmente per i 470 italiani ancora presenti in Iran.

Nel caos generale, ha fatto discutere la posizione del ministro della Difesa, Guido Crosetto, partito venerdì con un volo civile per Dubai assieme alla famiglia e rimasto temporaneamente bloccato negli Emirati a causa delle ostilità in corso. Dopo le polemiche sollevate da alcune dichiarazioni — come quella dell’europarlamentare Roberto Vannacci — Crosetto ha annunciato di essere rientrato in Italia nella giornata di domenica con un aereo militare, tenendo però a precisare di aver saldato personalmente un importo triplo rispetto alla tariffa prevista per i voli di Stato, nel tentativo di tacitare le critiche e dimostrare la sua correttezza istituzionale. La sua famiglia, così come molti altri italiani, è rimasta invece a Dubai in attesa che la situazione si normalizzi e che i voli civili possano riprendere.

La condanna internazionale e il vuoto di potere a Teheran

Sul piano diplomatico, la Comunità internazionale si è mostrata spaccata: accanto alle dure reazioni di Mosca e Pechino, che hanno chiesto la cessazione immediata delle operazioni e il rispetto della sovranità iraniana, l’Europa fatica a trovare una linea unitaria, con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen che ha convocato una riunione straordinaria per i prossimi giorni, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è riunito d’urgenza su convocazione del Segretario Generale António Guterres, il quale ha messo in guardia dal rischio di innescare una catena di eventi fuori controllo. Nel frattempo, Teheran ha annunciato quaranta giorni di lutto nazionale, ma il vero nodo è adesso rappresentato dalla successione di Khamenei, con il presidente Pezeshkian che ha giurato vendetta, mentre il Paese si trova in una situazione di grave instabilità politica. Gli occhi sono puntati su come reagirà l’asse della resistenza sciita e su quali saranno i prossimi passi di un’amministrazione Trump che ha promesso di continuare i bombardamenti "fino al raggiungimento della pace in Medio Oriente", lasciando intendere che l’obiettivo finale possa essere un cambiamento di regime favorito dallo stesso popolo iraniano.

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