Gaza, un anno dopo Sharm el-Sheikh: la tregua che non c'è
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Redazione Esteri
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Un anno è passato da quando i leader internazionali si sono riuniti a Sharm el-Sheikh, in Egitto, per firmare il documento che avrebbe dovuto porre fine alla guerra a Gaza. Era il 13 ottobre 2025, e davanti agli obiettivi fotografici i presidenti di Stati Uniti, Egitto, Turchia e l'emiro del Qatar suggellavano quello che Donald Trump definì «l'accordo più grande di tutti». Oggi, a dodicimila mesi di distanza, quella firma appare sempre più come un artificio diplomatico: la tregua è formalmente in vigore, ma sul terreno non è mai iniziata davvero.
Un cessate il fuoco violato ogni giorno
I numeri raccontano una realtà diversa da quella celebrata sui tavoli negoziali. Secondo il ministero della Salute di Gaza, dall'11 ottobre 2025 — giorno successivo alla firma — sono stati uccisi quasi 1.500 palestinesi, mentre più di 5.100 hanno riportato ferite. L'ufficio governativo per i media di Gaza ha documentato oltre 5.400 violazioni dell'accordo in un solo anno. Non si tratta di episodi sporadici: i raid aerei, i colpi di artiglieria e gli spari dell'esercito israeliano continuano con regolarità quasi quotidiana.
Nelle ultime settimane, un drone israeliano ha colpito una tenda adibita a punto di ricarica per telefoni cellulari nel sud della Striscia, uccidendo tre persone. Nello stesso giorno, un bambino di sei anni è morto per le ferite riportate in un precedente attacco nel campo profughi di Jabalia. A Khan Younis, due palestinesi sono stati feriti da colpi d'arma da fuoco esplosi dall'esercito israeliano.
La linea gialla che si allarga
Mentre la diplomazia internazionale continua a parlare di «alto il fuoco duraturo», l'esercito israeliano ha progressivamente ampliato la cosiddetta «linea gialla», la fascia di territorio sotto il suo controllo diretto. Secondo quanto riferito, questa area è passata da coprire circa il 51% della Striscia a superare il 60%. L'espansione avviene attraverso avanzamenti notturni di veicoli militari, demolizioni e bombardamenti mirati, in particolare nei quartieri orientali di Gaza City come Shujaiya e Tuffah.
Il risultato è una popolazione sempre più compressa in uno spazio ridotto, in condizioni abitative precarie e con infrastrutture in gran parte distrutte. Le famiglie continuano a essere costrette a fuggire dalle loro case, mentre l'accesso agli aiuti umanitari resta ostacolato.
La ricostruzione bloccata
Il piano firmato a Sharm el-Sheikh prevedeva l'apertura di cinque valichi per consentire l'ingresso di materiali e aiuti umanitari. Ma a un anno di distanza, la ricostruzione non è mai cominciata. Le autorità di Gaza accusano Israele di ostacolare deliberatamente l'ingresso di materiali essenziali e di impedire la rimozione delle macerie. Il risultato è che interi quartieri restano ridotti a distese di detriti, mentre la popolazione continua a vivere tra le rovine di ciò che un tempo erano città e villaggi. La devastazione materiale si intreccia con quella umana: oltre 74.000 palestinesi hanno perso la vita dall'inizio della guerra nell'ottobre 2023, e più di 175.000 hanno riportato ferite.
L'architettura della distruzione
A un anno dalla firma del documento, il divario tra la retorica della pace e la realtà sul terreno non potrebbe essere più netto. Da un lato, i comunicati ufficiali parlano di «progressi reali» verso una Gaza smilitarizzata e di un piano di ripresa «con un budget completo». Dall'altro, i rapporti delle organizzazioni umanitarie e delle agenzie delle Nazioni Unite descrivono una situazione di emergenza permanente.
Le parole di Eyal Weizman, architetto israeliano che da decenni documenta le trasformazioni dello spazio in Palestina, offrono una chiave di lettura diversa: la distruzione di Gaza non è un effetto collaterale della guerra, ma il suo obiettivo dichiarato, un processo che lui definisce «ungrounding», la rimozione sistematica di ogni traccia dell'esistenza palestinese, dalle case alle infrastrutture fino al suolo stesso.
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