Italia e Grecia in prima linea: i sei Paesi Ue che frenano il 21° pacchetto di sanzioni a Mosca

Italia e Grecia in prima linea: i sei Paesi Ue che frenano il 21° pacchetto di sanzioni a Mosca
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La prova di forza che avrebbe dovuto suggellare l'unità europea prima della pausa estiva si è trasformata in un ennesimo, delicato braccio di ferro tra gli Stati membri. Il ventunesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, proposto dalla Commissione europea lo scorso 9 giugno, si scontra con un fronte compatto di sei Paesi, tra cui l'Italia, che hanno posto veti e richiesto deroghe per proteggere i propri settori economici più sensibili.

Un'opposizione che, come riportato dal Financial Times citando cinque diplomatici coinvolti nei negoziati, rischia di svuotare di contenuto le misure restrittive, con l'imperativo morale che cede il passo agli interessi nazionali.

Il nodo del gas e il veto di Atene

A guidare la resistenza è la Grecia, che ha messo il veto sull'intero pacchetto in assenza di un'esenzione che permetta alle proprie navi metaniere di continuare a trasportare gas naturale liquefatto (GNL) russo verso Paesi terzi. Al centro della disputa c'è la Dynagas, società del miliardario George Prokopiou, che con i suoi rompighiaccio ha trasportato oltre 30 milioni di tonnellate di GNL dal progetto artico di Yamal dall'inizio del conflitto, con contratti che si estendono fino al 2065.

Un eventuale divieto, secondo Atene, non colpirebbe Mosca, che troverebbe in Cina e in altri attori globali nuovi partner per il trasporto, ma penalizzerebbe la leadership marittima europea, cedendo quote di mercato alla concorrenza extra-Ue senza ottenere alcun beneficio geopolitico. Una richiesta che altri diplomatici hanno definito "sfacciata" e "senza vergogna", mentre il governo ellenico ribadisce la necessità di calibrare le sanzioni per evitare di "spararsi sui piedi".

Le altre richieste: dal pesce ai visti fino ai beni congelati

Le ragioni del blocco non si esauriscono, però, con il nodo energetico. Germania e Portogallo, ad esempio, hanno sollevato la questione del divieto di acquisto di prodotti ittici russi, chiedendo che venga revocato per non danneggiare le loro industrie nazionali specializzate nella trasformazione del pesce.

Francia e Italia, invece, temono ripercussioni sul settore turistico e spingono per l'attenuazione del divieto di rilascio di visti Ue ai soldati russi che hanno prestato servizio durante la guerra; una misura che, secondo le due capitali, comporterebbe un carico amministrativo eccessivo per i servizi consolari.

A complicare ulteriormente il quadro, c'è poi l'Austria, che ha ribadito la sua richiesta di lunga data di sbloccare beni russi congelati per un valore di circa 2 miliardi di euro, destinati a risarcire la Raiffeisen Bank International per le perdite subite in Russia. Questi veti, definiti da un diplomatico come un "picco delle sanzioni" oltre il quale i "gioielli di corona" delle economie nazionali sono ormai intoccabili, hanno costretto gli ambasciatori dei 27 Stati membri a rinviare la decisione finale al 23 luglio.

Il price cap sul petrolio e la pressione del tempo

Il rinvio non è casuale, ma dettato anche dall'urgenza legata al meccanismo di adeguamento del price cap sul petrolio russo. La revisione semestrale, inizialmente prevista per il 15 luglio, avrebbe portato il tetto massimo da 44,10 dollari a circa 58 dollari al barile, a causa dell'impennata dei prezzi seguita alla chiusura dello stretto di Hormuz. Un aumento che la Commissione europea giudica inaccettabile per non offrire un margine di manovra al Cremlino, e che è stato scongiurato solo momentaneamente, congelando la revisione fino al voto sull'intero pacchetto.

La pressione per trovare un compromesso entro mercoledì prossimo è dunque altissima, poiché il mancato accordo comporterebbe l'adeguamento automatico del price cap. L'Italia, da parte sua, sta seguendo con attenzione le ripercussioni sul fronte energetico nazionale.

L'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha recentemente avvertito che uno stop totale al gas russo a partire dal gennaio 2027, già previsto dal regolamento Repower Ue, potrebbe portare a una situazione di stoccaggi peggiore rispetto all'anno scorso, con alcuni Paesi europei che si trovano già a livelli critici, tra il 40% e il 50% di capacità.

Il fronte italiano e le difficoltà del consenso

La posizione dell'Italia, come emerso da fonti diplomatiche, si è finora concentrata sull'aspetto tecnico della proposta, cercando di persuadere i partner sulla difficoltà di comporre le liste dei veterani da escludere dall'ingresso in Ue. Una linea, quella di Roma, che ha evitato uno scontro politico diretto con i Paesi baltici, ma che ha ottenuto solo un impegno di principio da parte di Bruxelles su una futura applicazione più flessibile della misura.

La difficoltà di raggiungere un consenso unanime, che continua a essere requisito per l'approvazione di ogni nuovo pacchetto sanzionatorio, appare sempre più complessa. Le parole del vicepremier Matteo Salvini, che ha definito la rinuncia al gas russo come "irrilevante in termini di fine del conflitto e condizionante per la nostra economia", aggiungono un ulteriore tassello a un quadro politico già frammentato.

L'impasse sui negoziati, con sei Stati membri pronti a bloccare le misure per difendere i propri interessi, rischia di minare la credibilità della strategia europea nei confronti di Mosca, mostrando i limiti di una politica estera che deve fare i conti con le divergenti priorità economiche dei Ventisette.

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