Caporalato a Milano, fermato manager turco nel cantiere del consolato Usa. La procura chiede il carcere
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La tentata fuga è stata l’epilogo di una vicenda che sa di schiavitù moderna, consumata a pochi passi dal centro di Milano. Ulas Demir, il manager turco di 49 anni della Caddell Construction Co. Llc, è stato bloccato domenica 31 maggio all’aeroporto di Orio al Serio mentre cercava, insieme alla moglie, di lasciare l’Italia con un volo diretto a Istanbul.
Il provvedimento, eseguito dai carabinieri, scaturisce da un’inchiesta della Procura di Milano che vede indagato il dirigente – insieme alla società americana – per intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera nel maxi-cantiere del nuovo consolato statunitense in piazzale Accursio.
La pm Raffaella Latorraca, che ha coordinato gli accertamenti insieme ai colleghi Paolo Storari e Mauro Clerici, ha già depositato la richiesta di convalida del fermo al gip del tribunale di Bergamo, chiedendo contestualmente l’applicazione della custodia cautelare in carcere.
La telefonata che svela il piano di fuga
Le intercettazioni hanno fornito agli inquirenti la prova del tentativo di sottrarsi alle indagini. Il 29 maggio, lo stesso giorno in cui veniva notificato il controllo giudiziario d’urgenza per la divisione italiana della Caddell, Demir viene contattato telefonicamente da un interlocutore che i pm ritengono essere un suo superiore. Nella conversazione, riportata dagli atti, si sente pronunciare una frase sibillina: “Fra Zafer dice che se vieni per ferie sarebbe meglio”.
Alla domanda del manager se ciò avrebbe comportato “problemi dopo”, l’interlocutore ha risposto che agire diversamente sarebbe stato “più problematico”, invitandolo a verificare la data più vicina per partire e a confrontarsi con la moglie. Il giorno successivo, come documentato dagli investigatori, Demir ha acquistato i biglietti aerei, mettendo in atto una fuga che i magistrati hanno definito “concreta, reale e imminente”.
Operai pagati due euro all’ora e il racket delle rupie
Quella che emerge dalle carte dell’indagine è una struttura di sfruttamento capillare, orchestrata ai danni di decine di lavoratori provenienti dall’India. Secondo la ricostruzione della procura, gli uomini venivano reclutati in patria attraverso intermediari senza scrupoli, ai quali dovevano versare un vero e proprio pizzo – tra i 4.500 e i 5.000 euro – per ottenere il visto e la promessa di un contratto dignitoso.
Una volta arrivati a Milano, però, la realtà era radicalmente diversa: turni massacranti di 10-12 ore al giorno per sei giorni su sette, in un cantiere dove la sicurezza sul lavoro appariva sistematicamente violata. La testimonianza di un operaio keniota di 27 anni, ascoltato dagli investigatori, ha restituito il quadro drammatico di una paga oraria che, al netto delle trattenute per vitto e alloggio (circa 900 euro al mese), scendeva a meno di due euro l’ora.
“Siamo nel 2026”, ha dichiarato l’uomo, riassumendo l’assurdità di condizioni definite dagli stessi pm come “para-schiavismo”.
La pressione psicologica e la minaccia del rimpatrio
A rendere ancora più oppressivo questo sistema non era solo la miseria della retribuzione, ma il meccanismo di ricatto psicologico costruito attorno ai dipendenti. Le indagini hanno rivelato che gli operai, molti dei quali non conoscevano l’italiano, erano stati costretti a firmare documenti mai tradotti nella loro lingua, con i quali accettavano di farsi detrarre dallo stipendio spese che il contratto originale poneva a carico del datore di lavoro.
A chi osava protestare o opporre resistenza, veniva risposto con insulti e percosse; la minaccia costante era quella del licenziamento immediato, che per questi uomini – spesso indebitati per pagare il visto – equivaleva alla condanna al rimpatrio forzato in India. La Procura, che procede anche nei confronti della Caddell Construction per la responsabilità amministrativa degli enti, ha già messo l’azienda sotto controllo giudiziario, interrompendo di fatto la sua autonomia gestionale.
Decine di indiani, intrappolati nella rete del caporalato internazionale, hanno raccontato di aver lavorato come schiavi a due passi dalla nuova sede diplomatica degli Stati Uniti.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
