Travaglio e Sallusti, l’eterna rissa in tv e quella ombrello gettato su Gratteri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è pace per il talk show “Accordi & Disaccordi”, il contenitore del Nove condotto da Luca Sommi che ormai da settimane fa da cassa di risonanza – e talvolta da ring – per l’eterna tenzone tra Marco Travaglio e Alessandro Sallusti. Sabato scorso, la discussione, che si preannunciava come l’ennesima scaramuccia sul referendum della giustizia in programma per il 22 e 23 marzo, ha invece preso una piega precisa, finendo per concentrarsi quasi interamente sulla bufera che ha travolto il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri. E se il fronte del Sì, forte di un sostegno che arriva fin dentro le stanze del Consiglio superiore della magistratura, accusa il magistrato di aver superato ogni limite, dall’altra parte si cerca di gettare acqua sul fuoco, parlando di strumentalizzazioni. L’intervento del direttore del Fatto Quotidiano, in questo senso, è stato chiaro fin dalla prima battuta: per Travaglio, Gratteri sarebbe caduto in una vera e propria trappola.

L’occasione per l’ennesimo faccia a faccia è nata dalle dichiarazioni rilasciate dal procuratore, quelle in cui ha sostanzialmente dipinto l’elettorato del Sì come un coacervo di “indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere”. Parole che, a detta di molti, hanno squarciato il velo di una campagna referendaria che il governo, con il ministro Nordio in testa, voleva mantenere su un binario tecnico. Ma a quanto pare, il procuratore non ha fatto i conti con la reazione di chi, sentendosi chiamato in causa, ha risposto per le rime. “Se voleva fare una trappola – ha esordito Travaglio con la consueta verve – ci è riuscito perfettamente”. Il concetto, espresso con una certa enfasi retorica, era che appena Gratteri ha pronunciato quella frase, è stato subissato da un coro di persone, quelle stesse che lui aveva infilato nello stesso calderone, che protestavano: “Non ti devi permettere di dire che noi votiamo per il sì”. Un paradosso, questo sì, che il giornalista ha voluto mettere in luce: sono indagati, ammettiamolo, eppure votano per il sì, ma si offendono se qualcuno lo fa notare. Sallusti, dal canto suo, ascoltava, pronto a ribattere, forte anche di un suo recente passato giudiziario che non manca mai di tirare in ballo quando si parla di giustizia.

Il Csm e la politica, tutti contro il pm Gratteri

Nel frattempo, al di là degli studi televisivi, la macchina delle istituzioni e della politica si era già messa in moto per rispondere a quelle che molti hanno definito frasi avventate. Il clima, va detto, è reso ancora più incandescente dal fatto che la maggioranza, con Trump tornato alla Casa Bianca e un certo vento conservatore che soffia in Europa, vede in questo referendum una bandiera da sventolare. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, non ha perso tempo e ha definito le parole del procuratore “ai limiti della decenza”, arrivando persino a suggerire, con una punta di sarcasmo, che forse i test psicoattitudinali per i magistrati andrebbero fatti anche a fine carriera, non solo all’inizio. Una stoccata che ha fatto il giro delle agenzie, e che ha trovato sponda nelle parole del vicepremier Antonio Tajani, per il quale “offendere milioni di italiani” è un errore che rischia di ritorcersi contro i fautori del No.

Ma la vera sorpresa, per molti osservatori, è arrivata dal Csm. Quello stesso organo di autogoverno che spesso viene descritto come una roccaforte delle correnti, un “verminaio” per usare le parole di qualche ex magistrato, ha aperto una pratica per valutare i profili disciplinari delle esternazioni di Gratteri. Un segnale forte, che ha spinto il ministro Nordio a commentare con una certa ironia la reazione del Consiglio, parlando di “espressioni contorte” usate per difendere l’indifendibile. Pare che il documento con cui alcuni componenti hanno cercato di giustificare il procuratore, pur criticandolo, abbia ottenuto l’effetto opposto: quello di comprimere la massima credibilità nel minimo numero di parole. E mentre l’Associazione nazionale magistrati tace, forse in attesa di capire da che parte far pendere la bilancia, i numeri parlano chiaro: la quasi totalità dei consiglieri togati, 18 su 20, ha sentito il bisogno di alzare gli scudi per difendere Gratteri.

Quella vecchia storia del pm che indagava con “chiaro pregiudizio”

Non è la prima volta, peraltro, che la figura del procuratore di Napoli finisce al centro di polemiche che travalicano i singoli casi giudiziari. Chi ha buona memoria, e magari ha seguito le vicende calabresi degli ultimi anni, ricorda bene il caso dell’ex governatore della Calabria, Mario Oliverio. Allora, Gratteri era il pm che conduceva le indagini. Ebbene, la Corte di Cassazione, in una sentenza del 2019, parlò di un “chiaro pregiudizio accusatorio” che inficiava la ricostruzione del magistrato. Parole pesanti, come pietre, che arrivano dal massimo organo della giurisdizione. E nel 2021, Oliverio fu assolto con formula piena dalle accuse di corruzione e abuso d’ufficio perché, testualmente, “il fatto non sussiste”.

Questo, a voler ben vedere, è il grimaldello che Sallusti potrebbe usare per ribattere a Travaglio quando questi difende a spada tratta l’operato del pm. Perché se è vero che Gratteri è da anni in prima linea contro la ‘ndrangheta, e nessuno mette in dubbio il suo coraggio e la sua dedizione, è altrettanto vero che il suo modo di intendere il ruolo del pubblico ministero, quello che oggi lo porta a vedere pericoli eversivi in una riforma della giustizia, forse non è così lineare come lui vorrebbe far credere. L’accusa, insomma, è che il procuratore abbia una visione, per così dire, orientata del diritto. E in un paese normale, un magistrato che indaga con “pregiudizio” dovrebbe forse fare un passo indietro, o quantomeno riflettere. Invece, lui rilancia, parlando di strumentalizzazioni e sostenendo che le sue parole sono state tagliuzzate.

Il paradosso delle toghe che difendono il sistema che le tradisce

Nel mezzo di questa tempesta, che vede opposti il governo e una parte della magistratura, c’è un dettaglio che non sfugge agli osservatori più attenti. I magistrati che oggi si scagliano contro la riforma, e che difendono a spada tratta Gratteri, sono gli stessi che fino a ieri invocavano a gran voce il sorteggio per i componenti del Csm. Era il 2021, e 67 toghe scrissero al presidente Mattarella per chiedere un intervento che mettesse fine al sistema delle correnti, quello stesso sistema che, con lo scandalo Palamara, aveva mostrato tutto il suo marcio. Oggi, che il sorteggio è diventato una proposta concreta inserita nella riforma, molti di quei firmatari si sono volatilizzati o, peggio, sono passati nel fronte del No.

Il paradosso è evidente: si difende l’autonomia della magistratura dall’esecutivo, ma si difende anche, e forse soprattutto, il potere delle correnti di continuare a spartirsi poltrone e incarichi. La riforma, con la separazione delle carriere e la nascita di due Csm (entrambi presieduti dal Capo dello Stato, sia chiaro), mira proprio a spezzare questo meccanismo. E se Gratteri parla di “pm super poliziotto” e di garanzie ridotte per i deboli, la realtà, per chi sostiene il Sì, è che l’attuale sistema garantisce ben poche tutele a chi non ha un “padrino” in consiglio. Come ha detto Nordio, “se non hai un padrino, sei finito, morto”. Parole forti, che fotografano però un sentimento diffuso, e che trovano riscontro nei numeri: due italiani su tre, secondo i sondaggi, sono favorevoli alla separazione delle carriere. E allora, forse, la domanda da porsi è un’altra: se la riforma è così sbagliata, perché chi dovrebbe difendere la legge ne ha così timore?

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