Travaglio e Sallusti, duello sul referendum: da Gratteri ai condannati di Tangentopoli, è scontro sui testimonial del voto
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Redazione Interno
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Il salotto televisivo di Accordi & Disaccordi è diventato l’ennesimo campo di battaglia sulla giustizia, e nel mirino dei due direttori, Marco Travaglio e Alessandro Sallusti, è finita la campagna per il referendum di marzo, con le parole del procuratore Nicola Gratteri a fare da detonatore. L’atmosfera, già rovente per le polemiche delle ultime settimane, si è incendiata quando Travaglio ha commentato l’uscita del magistrato, quella in cui Gratteri sosteneva che a votare Sì saranno “indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere”. Per il direttore del Fatto, infatti, il procuratore capo di Napoli sarebbe caduto in una trappola: “Appena ha detto che voteranno gli indagati – ha argomentato Travaglio – è stato subissato da un coro di indagati che dicevano: ‘Non ti devi permettere di dire che noi votiamo per il sì’, ma sono indagati e votano per il sì. Un’intimidazione inaccettabile”. Una difesa d’ufficio, quella di Travaglio, che ha riportato alla luce antiche memorie, citando Giovannino Guareschi e lo slogan del 1948 contro il Fronte popolare, “Dio ti vede, Stalin no”, per riadattarlo ai giorni nostri in “Dio ti vede, Gratteri no! Vota sì”.
Sallusti, dal canto suo, non ha lasciato cadere nel vuoto l’affondo, e la discussione ha presto virato sul terreno personale, un confronto fatto di trascorsi giudiziari e diffidenze reciproche. Il direttore de Il Giornale ha rievocato la sua condanna, quando nel 2012 finì ai domiciliari per diffamazione a mezzo stampa a seguito di un articolo, firmato con uno pseudonimo, che parlava di una tredicenne costretta ad abortire. “Io per una querela di un magistrato – ha scandito Sallusti – sono stato condannato e arrestato”. Travaglio, però, ha prontamente replicato ricordando che alla base vi era “un grave falso”, innescando un botta e risposta sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che l’ex direttore di Libero ha rivendicato come una vittoria. Uno scambio che ha messo in luce, ancora una volta, quanto il tema della giustizia, in Italia, sia capace di lacerare non solo la politica ma anche il mondo dell’informazione.
Il caso Gratteri e lo scontro istituzionale
A far da sfondo al duello televisivo, comunque, c’è il terremoto innescato dalle dichiarazioni di Gratteri, che hanno prodotto conseguenze a catena ben più ampie di una semplice polemica da talk show. Il procuratore, nel corso di un’intervista, aveva dipinto il fronte del Sì come un’armata di poteri forti e deviati, scatenando la reazione del governo e, cosa forse ancor più rilevante, di una parte consistente della magistratura stessa. Cinquantuno magistrati, in una nota dura e ironica, hanno preso le distanze, sfidando Gratteri con un lapidario: “Ci indaghi tutti, sig. Gratteri”. Un’ammissione implicita, la loro, di quanto le sue parole avessero oltrepassato il confine, tanto da costringere il Consiglio superiore della magistratura ad aprire una pratica, sebbene il ministro Carlo Nordio abbia liquidato il documento di Palazzo dei Marescialli come un concentrato di “espressioni contorte nella minima credibilità del loro contenuto”.
La reazione politica, prevedibilmente, non si è fatta attendere, e ha visto schierarsi persino figure storicamente lontane dal centrodestra. Augusto Barbera, ex presidente della Corte costituzionale ed eminente giurista di area sinistra, ha definito le esternazioni del procuratore “ai limiti dell’eversione” e “indecenti”, accusandolo di aver tentato di dividere il elettorale in categorie contrapposte. Un’uscita, quella di Barbera, che ha spiazzato il Partito Democratico, già in difficoltà nel gestire una campagna referendaria che vede il fronte del No, dove siede insieme ai 5 Stelle, dover fare i conti con posizioni così radicali. Il ministro Nordio, dal canto suo, ha rincarato la dose, sostenendo che Gratteri abbia “superato tutti i limiti della decenza” e lanciando una stoccata sulla necessità di test psicoattitudinali non solo per chi entra in magistratura, ma anche per chi sta per uscirne.
Il fronte del Sì e le fratture nella sinistra
In questo clima di tensione, la campagna per il referendum sulla separazione delle carriere entra nel vivo, con i partiti di maggioranza compatti nel sostenere il Sì, ma con l’obiettivo dichiarato di non trasformare la consultazione in un plebiscito sul governo. Forza Italia, attraverso i suoi esponenti locali e nazionali, ha raccolto l’invito di Antonio Tajani, che aveva risposto a Gratteri rivendicando la propria estraneità a logge massoniche o a condizioni di indagato, e invitando a votare Sì per garantire l’imparzialità del giudice. “Nel nostro piccolo, siamo persone normali, con vite da persone perbene”, hanno fatto eco i consiglieri senesi del partito, in una nota che respingeva con forza l’onta di essere accostati a certi ambienti.
Dall’altra parte, però, la sinistra mostra segni di cedimento. Mentre Elly Schlein prova a tenere insieme i pezzi del fronte del No, agitando lo spauracchio di una magistratura assoggettata all’esecutivo, le parole di Gratteri rischiano di allontanare quell’elettorato moderato che non si riconosce in una rappresentazione così manichea della realtà. La posizione di Travaglio, che pure difende a spada tratta il procuratore di Napoli, appare sempre più isolata, soprattutto dopo che il suo storico antagonista Sallusti lo ha accusato di “amnesia selettiva” riguardo ai precedenti giudiziari del magistrato calabrese, in particolare la vicenda dell’ex governatore Oliverio, assolto in appello dopo essere stato perseguitato, secondo la Cassazione, con “chiaro pregiudizio accusatorio”. Un cortocircuito che getta ombre lunghe sulla campagna referendaria.




