Referendum sulla giustizia, lo scontro tra Gratteri e i magistrati del Sì infiamma la campagna elettorale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A poco più di un mese dal voto, la campagna per il referendum sulla giustizia, in programma il 22 e 23 marzo, ha assunto i contorni di uno scontro frontale, e non solo tra le forze politiche. Se da un lato i sondaggi, sebbene con dati altalenanti, continuano a dare il fronte del Sì in vantaggio — con rilevazioni che oscillano tra il 55 per cento di Youtrend e percentuali più caute che parlano di un testa a testa —, dall’altro è il dibattito pubblico a registrare una netta radicalizzazione. Le ultime rilevazioni demoscopiche, del resto, raccontano di un elettorato che, al di là delle appartenenze, sembra volersi concentrare sugli aspetti tecnici della riforma, ma la cronaca delle ultime ore racconta una realtà ben diversa, fatta di accuse incrociate e di un clima da resa dei conti.

Il fronte del No, che ha costruito una strana alleanza capace di andare dai centri sociali a frange del mondo cattolico, ha trovato un inaspettato e potente alleato nelle parole del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Il magistrato, in un’intervista rilasciata al Corriere della Calabria, ha letteralmente spaccato in due il dibattito, affermando senza mezzi termini che al referendum voteranno per il Sì “gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”, mentre il No sarebbe appannaggio delle “persone perbene”. Dichiarazioni, queste, che hanno immediatamente innescato una reazione durissima da parte della maggioranza di governo e non solo, portando il caso all’attenzione del Consiglio Superiore della Magistratura che ha aperto una pratica per valutare eventuali profili disciplinari.

La bufera sulle parole di Gratteri e la replica dei magistrati

L’affondo di Gratteri, che pure in serata ha tentato di precisare il proprio pensiero lamentando una strumentalizzazione delle sue frasi, ha finito per saldare ancor di più le fila del centrodestra attorno al Sì, ma ha anche sortito un effetto inaspettato all’interno della stessa magistratura. Un gruppo di 51 magistrati, autodefinitisi “Magistrati per il Sì” e già in precedenza critici verso la linea ufficiale dell’Associazione Nazionale Magistrati, ha diffuso una nota caustica e provocatoria indirizzata proprio al procuratore di Napoli. “Nell’assordante silenzio dell’Anm apprendiamo dall’ultima dichiarazione pubblica resa dal procuratore Gratteri – si legge nel comunicato – che votano No ‘le persone per bene’ e Sì ‘indagati, imputati, massoneria deviata’. Ci scusiamo con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati da tali affermazioni”. E con una punta di sarcasmo, hanno concluso: “Ci indaghi tutti, sig. Gratteri”.

Questa presa di posizione, per quanto numericamente limitata (si tratta di 51 firme su un totale di quasi diecimila magistrati, e tra queste alcune appartengono a giudici in pensione o transitati in altri ruoli), ha il merito di mostrare una crepa nel fronte compatto delle toghe. Una frattura che la maggioranza, e in particolare Fratelli d’Italia, cerca di allargare, insistendo sull’idea che la riforma, lungi dall’essere un attacco alla magistratura, rappresenti invece una liberazione per quei giudici e pm che non si riconoscono nel sistema correntizio. Arianna Meloni, capo della segreteria politica di FdI, ha ribadito in questi termini il concetto, sostenendo che molti magistrati sarebbero favorevoli al Sì “perché non dovranno più assecondare il capocorrente di turno per fare carriera”.

L’avvicinamento al voto tra mobilitazione e sondaggi contrastanti

Mentre il fronte del Sì guarda con una certa preoccupazione ai sondaggi che, sebbene diano la riforma in vantaggio, mostrano anche un recupero del No, la macchina organizzativa dei partiti si mette in moto. Dopo settimane di apparente stand-by, la premier Giorgia Meloni si appresta a scendere in campo in prima persona con due appuntamenti chiave: un comizio a Milano il 13 marzo e uno a Napoli il 18, a pochi giorni dal voto. Una discesa in campo che arriva in un momento delicato, nel quale i fautori della riforma chiedono un chiaro segnale di traino da parte del leader, per evitare quella che definiscono una “sindrome da remuntada” del fronte avversario. Nel frattempo, Forza Italia ha organizzato i “treni per il sì”, mentre il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico, seppur divisi su molte questioni, si ritrovano uniti nel tentativo di arginare quella che considerano una riforma punitiva nei confronti della magistratura.

I numeri, in questa fase, ballano. Le rilevazioni di YouTrend per SkyTg24 attribuiscono al Sì un 55 per cento, con un’affluenza stimata intorno al 62 per cento, mentre altre indagini demoscopiche, come quella condotta da Only Numbers per Porta a Porta, pur confermando la prevalenza dei favorevoli (intorno al 50 per cento), registrano un’altissima percentuale di indecisi, pari a circa il 40 per cento degli aventi diritto. Un dato, quest’ultimo, che rende l’esito della consultazione tutt’altro che scontato e che spiega la frenesia degli ultimi giorni di campagna elettorale. Il dato che emerge con chiarezza, al di là dei numeri, è che la cappa di silenzio che per anni ha avvolto il dibattito interno alla magistratura e il suo rapporto con la politica si è definitivamente rotta, lasciando spazio a uno scontro aperto, talvolta violento nei toni, ma forse, per molti versi, anche più sincero.

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