Referendum giustizia, Di Matteo difende Gratteri: “Con il sì voteranno massoni e mafiosi”
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Redazione Interno
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Il fronte del no al referendum sulla separazione delle carriere trova nei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Nicola Gratteri due dei suoi piú strenui e, a detta di molti, divisivi alfieri. Nel corso della presentazione romana del libro di Marco Travaglio, il volume intitolato “Perché No – Guida al Referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole”, il sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia ha voluto ribadire senza tentennamenti la propria adesione alla tesi, già sostenuta dal procuratore capo di Napoli, secondo cui l’appuntamento referendario finirebbe per raccogliere consensi in aree ben precise e, per cosí dire, poco edificanti della società civile e non solo. Di Matteo, riallacciandosi direttamente alle parole del collega, ha sostenuto che, accanto ai cittadini onesti che pure, legittimamente, potrebbero esprimersi in favore della modifica costituzionale, si schiereranno compatti i massoni, i mafiosi e quelli che lui ha definito i grandi architetti del sistema corruttivo.
Il magistrato, noto per il suo impegno decennale nei processi di Cosa nostra, ha motivato la sua analisi con un ragionamento che affonda le radici nella storia giudiziaria e politica italiana. La campagna per il sì, a suo avviso, si fonderebbe su una premessa ineludibile, vale a dire la necessità di delegittimare quotidianamente la magistratura agli occhi dell’opinione pubblica. Quando si alimenta una narrazione che punta il dito contro singoli casi, e Di Matteo ha citato le vicende di Garlasco e di Enzo Tortora, si finisce per parlare alla pancia di quanti, per loro stessa natura, hanno tutto l’interesse a vedere indebolito il controllo giudiziario. E costoro, ha scandito, appartengono a quelle sfere malavitose che temono l’azione investigativa e che, storicamente, hanno sempre guardato con favore a forze politiche percepite come antagoniste della magistratura. Un precedente, ha ricordato Di Matteo, lo si trova nelle sentenze passate in giudicato relative al 1987, quando i clan, entusiasti di una riforma sulla responsabilità civile dei magistrati promossa allora da Psi e radicali, orientarono le loro preferenze verso quei partiti, abbandonando la tradizionale inclinazione per la Dc.
La replica del centrodestra e le bordate di Mulè e Siracusano
Le dichiarazioni del magistrato, come prevedibile, hanno innescato una reazione immediata e particolarmente dura da parte degli esponenti della maggioranza, in particolare da Forza Italia, partito che sta conducendo una campagna attiva per il sì. Matilde Siracusano, sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento e deputata azzurra, ha parlato di parole indegne e inaccettabili, accusando Di Matteo di aver scelto un terreno che non appartiene alla cultura costituzionale di un magistrato della Repubblica. Attribuire in maniera tanto generalizzata quanto suggestiva il voto favorevole a mafiosi, massoni e criminalità organizzata, secondo Siracusano, non solo non aiuta ad elevare il confronto pubblico, ma finisce per avvelenarlo, delegittimando milioni di cittadini e inquinando il dibattito istituzionale attorno a una riforma che, invece, andrebbe discussa nel merito dei suoi princípi e dei suoi articoli.
Ancora piú duro, se possibile, è stato il commento di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e responsabile della campagna referendaria per il sì proprio per Forza Italia. Mulè, senza mezzi termini, ha parlato di delirio di un invasato, animato da un pregiudizio tale da non meritare neppure una confutazione analitica. Il deputato ha bollato l’analisi di Di Matteo come ridicola e superficiale, arrivando a evocare un paradosso: se si applicasse lo stesso metro, ha detto, si potrebbe sostenere che un sindaco di sinistra di Palermo eletto con una valanga di voti negli anni Novanta avesse calamitato su di sé il consenso mafioso, una tesi che ha definito evidentemente assurda. Una scomposizione del voto in buoni e cattivi, insomma, che non farebbe altro che portare la discussione su un piano squallido e lontano dai principi democratici.
L’ombra della loggia P2 e il ritorno del piano Gelli
A rendere ancora piú incandescente il clima politico attorno al referendum, intanto, contribuisce un elemento ulteriore, destinato a riaprire capitoli bui della storia repubblicana. Un’intervista rilasciata da Maurizio Gelli, figlio del venerabile maestro della loggia massonica P2 Licio Gelli, ha riportato d’attualità il cosiddetto “Piano di Rinascita Democratica”. Nel suo intervento, il figlio di Gelli ha rivendicato una sorta di paternità ideologica della riforma, sostenendo che la separazione delle carriere era esattamente uno degli obiettivi che suo padre e la loggia eversiva si erano prefissati. Una circostanza, questa, che ha fornito nuova munizione ai partiti di opposizione.
Se da un lato Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra vedono in queste dichiarazioni la conferma della necessità di opporsi al progetto referendario, dall’altro lato la maggioranza si spacca nella replica. Mentre Matteo Salvini, leader della Lega, rilancia il tema della responsabilità civile dei magistrati, e Antonio Tajani invita a non cadere nella trappola della rissa politica, dagli stessi pentastellati arrivano bordate incrociate. La senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda, con una stoccata polemica, ha chiesto ai 5 Stelle se, considerando che anche loro in passato avevano previsto la separazione delle carriere, si sentano ora gli eredi naturali di Gelli e della P2. Una girandola di accuse e controaccuse che, a pochi giorni dal voto, sembra allontanare sempre piú la possibilità di un confronto pacato e incentrato esclusivamente sui contenuti giuridici della riforma.




