Il paradosso di Gasparri: video con Gratteri e Di Matteo per spingere il sì al referendum
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Redazione Interno
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La campagna per il referendum sulla giustizia, quello che il 22 e 23 marzo prossimi chiamerà i cittadini a confermare o meno la riforma costituzionale voluta dal governo e fortemente voluta dal ministro Nordio, si arricchisce di colpi di scena e di una dialettica politica che, talvolta, sfocia nel paradosso. L'ultima mossa, in ordine di tempo, porta la firma di Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, il quale ha deciso di affidare la sua propaganda per il sì a un video pubblicato sui social network. In quel filmato, la cui potenza comunicativa risiede nell'accostamento di due voci autorevoli e per certi versi inaspettate, scorrono le dichiarazioni del procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri e quelle del sostituto della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo. Entrambi magistrati di altissimo profilo, entrambi noti per il loro impegno nella lotta alla criminalità organizzata, eppure, ed è qui che si annida la mossa ironica di Gasparri, entrambi oggi schierati per il no, nonostante in passato abbiano espresso concetti che paiono cuciti addosso alle ragioni del sì.
Nel video rilanciato dal senatore azzurro, Gratteri torna a parlare del peso delle correnti all'interno del Consiglio superiore della magistratura, definendo chi è iscritto a una corrente come "molto, molto avvantaggiato" e indicando nel sorteggio l'unica via d'uscita per restituire potere al merito e toglierlo alle logiche di spartizione. Dall'altro lato, l'intervento di Nino Di Matteo appare ancora più netto: per lui, privilegiare il criterio dell'appartenenza a una cordata per le progressioni in carriera di un magistrato rappresenterebbe un meccanismo "molto simile all'applicazione del metodo mafioso". Parole pesanti, pronunciate in tempi non sospetti, che Gasparri ha semplicemente riesumato per costruire il suo messaggio: "Io sto con Gratteri e con Di Matteo", recita il claim del video, "per questo voto sì". Una provocazione che smonta, almeno sul piano retorico, le argomentazioni di chi oggi si oppone alla riforma pur avendo contribuito a tracciarne le fondamenta culturali.
La spaccatura nel Pd e il realismo di Picierno: un sì contro le vite rovinate
Se la mossa di Gasparri punta a minare la coerenza del fronte del no, dall'altra parte dello schieramento politico le crepe diventano sempre più evidenti. Il Partito democratico, chiamato a fare quadrato attorno alla segretaria Elly Schlein nella battaglia per il no, si trova a fare i conti con una fronda interna che non accenna a placarsi. Stavolta a gettare benzina sul fuoco è stata Pina Picierno, europarlamentare ed esponente di spicco della corrente riformista, che in un intervento pubblico ha di fatto rotto gli indugi, schierandosi per il sì e motivando la sua scelta con argomenti che poco hanno a che fare con la dialettica politica e molto con l'esperienza quotidiana dei cittadini. "Spesso mi dicono: questa riforma non riguarda la vita dei cittadini", ha spiegato Picierno, "falso". Il suo ragionamento si fonda su dati ministeriali che dipingono un quadro desolante della fase preliminare del processo: tra il 95 e il 100 per cento delle richieste dei pubblici ministeri viene avallato in sede di indagini preliminari o di rinvio a giudizio. Il fatto che oltre il 40 per cento di questi processi si concluda poi con un'assoluzione, per Picierno, non è un segnale di salute del sistema, ma semmai la riprova del suo malfunzionamento. "Quei numeri ci parlano di processi che non sarebbero dovuti iniziare, di vite rovinate, di soldi spesi in avvocati", ha aggiunto, calando la riforma nel contesto concreto delle esistenze delle persone.
Di Pietro e il timore dell'astensionismo: il rischio di una sconfitta peggiore del no
In questo clima di acceso dibattito, che vede contrapposti non solo i partiti ma anche pezzi significativi della magistratura e dell'associazionismo, si inserisce la voce di Antonio Di Pietro. L'ex pm di Mani Pulite, che da mesi gira l'Italia per perorare la causa del sì, ha raccolto una percezione preoccupante tra la gente: quella di uno smarrimento generale. Secondo Di Pietro, le accuse reciproche che volano tra i due schieramenti rischiano di offuscare il merito di un quesito referendario già di per sé complesso. "Sono preoccupato", ha ammesso, "che questo smarrimento si traduca prima in disinteresse e poi nella scelta di non andare alle urne". Un'eventualità, quella dell'astensionismo, che per l'ex magistrato rappresenterebbe una sconfitta persino peggiore di una vittoria del no, perché significherebbe che la politica non è stata in grado di coinvolgere i cittadini su un tema cruciale per il funzionamento della democrazia.
I nodi tecnici della riforma: sorteggio, doppio Csm e Alta corte disciplinare
Al di là delle scintille politiche e delle battaglie social, il referendum chiama gli italiani a esprimersi su un impianto normativo complesso, che ridisegna l'architettura dell'autogoverno della magistratura. La riforma costituzionale, infatti, non si limita a sancire la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma istituisce due distinti Consigli superiori della magistratura: uno per i magistrati giudicanti e uno per i requirenti. A questi si affianca un'Alta Corte disciplinare, un organo terzo composto per un terzo da membri laici nominati dal Parlamento in seduta comune e per due terzi da magistrati, che avrà il compito di giudicare i procedimenti disciplinari di entrambe le categorie, sottraendo questa funzione ai due Csm. Il meccanismo di selezione dei componenti togati di questi nuovi organi, ed è questo uno dei punti più qualificanti della riforma, non sarà più legato al voto ponderato ma al sorteggio: una rivoluzione copernicana che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe spazzare via il correntismo e restituire indipendenza e autorevolezza alla magistratura.




