Di Matteo rilancia: “Mafiosi e massoni voteranno sì”. Il centrodestra insorge: “Parole indegne”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è due senza tre, verrebbe da dire, e l’escalation verbale che sta caratterizzando la campagna per il referendum sulla separazione delle carriere non accenna a placarsi, anzi. Dopo le affermazioni del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che per primo aveva gettato nel dibattito l’ombra inquietante di un presunto voto referendario pilotato dalla criminalità, un’altra toga di altissimo profilo ha deciso di raccogliere quell’eredità polemica e di rilanciarla, alimentando ulteriormente la polemica. Parliamo di Antonino Di Matteo, il magistrato simbolo di tante inchieste antimafia, il cui nome è legato indissolubilmente alla cattura del capo dei capi, Matteo Messina Denaro, e che ora, a meno di tre settimane dal voto del 22 e 23 marzo, ha deciso di entrare a piè pari nel merito della questione, sposando in pieno la tesi del collega calabrese.

L’occasione per l’intervento del magistrato, che in passato ha fatto parte del Consiglio Superiore della Magistratura, è stata la presentazione di un libro, un evento pubblico che si è trasformato in una vera e propria tribuna politica. Di fronte a una platea raccolta, e accanto al direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, Di Matteo ha risposto a una domanda precisa, quasi provocatoria, sul presunto orientamento di voto di certi ambienti: la sua replica è stata un autentico macigno. “Sono perfettamente d’accordo con Nicola Gratteri”, ha esordito, “per un motivo fondamentale: assieme alle persone perbene che voteranno sì, voteranno sì i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi”. Un’equazione, questa, che ha immediatamente acceso la miccia di una nuova, rovente polemica, trasportando il confronto da un piano istituzionale e costituzionale, quale dovrebbe essere, a un livello ben più deterioro e, per certi versi, violento.

La motivazione di fondo addotta dal magistrato per giustificare una previsione tanto netta quanto controversa, e che inevitabilmente finisce per associare il fronte del “sì” a pezzi di società poco raccomandabili, risiederebbe nella natura stessa della campagna referendare promossa dalla maggioranza. Di Matteo ha argomentato, infatti, che i fautori della riforma partirebbero da un presupposto a suo avviso inaccettabile, ovvero “il quotidiano esercizio di una denigrazione della magistratura”. Nel mirino del magistrato finiscono quelle che lui definisce vere e proprie campagne di stampa, “bombardamenti di giudizi negativi” che, citando casi celebri come quello di Enzo Tortora o la vicenda di Garlasco, avrebbero l’effetto di minare la credibilità delle toghe agli occhi dell’opinione pubblica. E questa, per Di Matteo, è esattamente la strategia di chi, come i mafiosi, ha tutto l’interesse a vedere indebolito il controllo giudiziario.

“Quando i mafiosi, quelli che ragionano, pensano che una parte politica possa andare contro la magistratura”, ha proseguito il magistrato, “loro hanno già deciso per chi votare”. Un meccanismo quasi deterministico, questo, che il sostituto procuratore ha tentato di ancorare a un precedente storico ben preciso, citando un passaggio giudiziario ormai consolidato: il riferimento è al 1987, quando, a suo dire, la spinta referendaria sulla responsabilità civile dei magistrati portò Cosa Nostra, tradizionalmente vicina alla Democrazia Cristiana, a orientarsi verso partiti come il Psi e i Radicali, visti come più ostili al mondo giudiziario. Insomma, un teorema che mira a dimostrare come, storicamente, la criminalità organizzata abbia sempre guardato con favore a chiunque si ponesse in rotta di collisione con i pm e i giudici.

Di fronte a una bordata di questa portata, che sembra ignorare volutamente gli appelli alla moderazione e alla serenità del dibattito lanciati nei giorni scorsi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la reazione del centrodestra, e in particolare di Forza Italia, non si è fatta attendere ed è stata di una durezza inusitata. Le parole di Di Matteo, rilanciate dalle agenzie e subito rimbalzate sui social network, sono state definite “indegne e inaccettabili” dalla sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, Matilde Siracusano, la quale ha sottolineato come attribuire in maniera così generalizzata e suggestiva il voto per il “sì” a mafiosi e massoni significhi scendere su un terreno che non appartiene alla cultura costituzionale di un magistrato della Repubblica. Ancora più duro il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, che ha parlato di “delirio di un invasato”, animato dal pregiudizio, e ha espresso una “grande, infinita pena” nel leggere certe esternazioni che, a suo avviso, mancano di rispetto all’intelligenza e alla storia.

L’ombra della P2 e il rimpallo di accuse tra i banchi della politica

Nel frattempo, mentre le dichiarazioni di Di Matteo monopolizzavano il dibattito, un’altra tegola, pesante quanto inattesa, è piombata sulla campagna referendaria, contribuendo a intorbidire ulteriormente le acque e a spostare il confronto su binari ancora più scivolosi. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato, seppur indirettamente, Maurizio Gelli, figlio di Licio Gelli, il “venerabile” maestro della loggia massonica P2 sciolta negli anni Ottanta. In un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, il figlio ha dichiarato che con la separazione delle carriere si realizzerebbero, di fatto, le idee portate avanti da suo padre, suscitando un vespaio di polemiche e strumentalizzazioni incrociate. Secondo Maurizio Gelli, il padre, con la sua presunta “lungimiranza”, aveva già previsto nel suo famigerato “Piano di Rinascita Democratica” la necessità di separare le carriere dei magistrati, e il fatto che oggi se ne discuta in un referendum non farebbe che confermare l’attualità del suo pensiero.

Naturalmente, la sortita del figlio di Gelli è stata raccolta al volo da più parti, trasformandosi in un boomerang politico. Da un lato, esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle, come il capogruppo pentastellato al Senato Luca Pirondini, hanno subito colto la palla al balzo per rilanciare l’allarme, sostenendo che la riforma porta con sé un’eredità pericolosa, un “passato oscuro che in Italia non vuole passare mai”. Secondo questa lettura, il fatto che il figlio di Gelli rivendichi una sorta di “copyright” sulla riforma dimostrerebbe la natura profonda e inquietante del progetto voluto dal centrodestra. Dall’altro lato, però, la replica dei partiti di maggioranza non è stata meno feroce, anzi. La senatrice di Fratelli d’Italia, Antonella Zedda, ha rilanciato con una stoccata velenosa, chiedendo provocatoriamente se, allora, i 5 Stelle, che nel loro programma hanno sempre avuto la separazione delle carriere e la riduzione dei parlamentari (altro punto del piano Gelli), si sentano “i naturali eredi” della P2.

Nel frattempo, i leader politici provano a dettare la linea, cercando di non farsi travolgere dalle polemiche quotidiane ma con risultati alterni. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha provato a riportare il dibattito su un terreno più concreto, sostenendo che con il “sì” anche i giudici, “come tutti gli altri lavoratori”, se sbagliano potranno essere sanzionati. Più prudente e istituzionale il vicepremier Antonio Tajani, che ha invitato i suoi a non cadere nella trappola della rissa politica, ricordando che il giudizio sul governo arriverà solo nel 2027. Ma intanto, a Roma, la scena era tutta per il fronte del “no”, con la presentazione del libro di Travaglio che ha visto in prima fila, oltre a Di Matteo, anche l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ed è stato proprio Conte, in chiusura di serata, a rilanciare la provocazione, riprendendo il tema della P2 e affermando che Gelli ha rivendicato il copyright di un piano “sofisticatissimo” che contiene al suo interno la separazione delle carriere, quasi a voler suggellare un’alleanza ideologica tra il fronte del “no” e la storia repubblicana, in contrapposizione a chi, invece, quella storia la vorrebbe riscrivere.

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