Il referendum, lo spettro del ’98 e la notte in cui fummo derubati del confronto
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Redazione Interno
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Quando studiavo Procedura Penale a Giurisprudenza vigeva ancora il sistema inquisitorio, aggettivo già di suo poco rassicurante. Il giudice istruttore era insieme investigatore segreto, raccoglitore di prove a verbale e – nella prima fase – giudice. Nel 1989 è arrivato il sistema accusatorio. Finalmente chi indaga (e dovrebbe cercare anche le prove a discarico) non è la stessa persona che poi giudica. Oggi, a distanza di decenni, ci si accapiglia su una riforma che qualcuno vorrebbe far passare per una rivoluzione e qualcun altro per un autogol, ma che affonda le sue radici in un dibattito antico e mai sopito: quello sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Il quesito referendario che tra pochi giorni sottoporrà agli italiani una revisione costituzionale – già licenziata da Palazzo Madama e Montecitorio – ha il vizio di fondo di arrivare in un clima talmente avvelenato che il merito, si sa, è la prima vittima.
La battaglia di Napoli e le giravolte dei naviganti
Napoli, d’altronde, non è solo la capitale della canzonetta e della cultura, ma è diventata in queste settimane l’epicentro pirotecnico del fronte del No. Da una parte il procuratore Nicola Gratteri, che abbiamo già visto in queste pagine arruolare persino Giovanni Falcone nel novero dei contrari alla separazione con uno stile che sa quasi di seduta spiritica, organizzata con quel gusto un po’ macabro che contraddistingue certe campagne elettorali dove i morti illustri vengono tirati per la toga. Dall’altra, però, c’è una pattuglia di magistrati – e qui la questione si fa interessante – che al referendum ha deciso di votare Sì, firmando documenti e partecipando a dibattiti. Gente come Antonio Sangermano, capo del Dipartimento per la Giustizia minorile, o Giacomo Rocchi, presidente di sezione in Cassazione: non proprio gli ultimi arrivati. Costoro sostengono che distinguere i percorsi professionali tra pm e giudici non sia un attentato alla Costituzione, ma il completamento di un percorso, quel famoso solco tracciato dal nuovo rito del 1989 che qualcuno, evidentemente, vuole riempire di terra.
La sensazione, però, è che molti dei protagonisti di oggi si muovano con una disinvoltura che farebbe impallidire un equilibrista. Sfogliando gli archivi – come ha fatto recentemente un’analisi del Corriere della Sera – si scopre che Massimo D’Alema, quando presiedeva la Bicamerale nel ’97, proponeva due ruoli distinti e due Csm separati; oggi tuona contro la destra forcaiola. Clemente Mastella, che nel 2007 da Guardasigilli presentò un disegno di legge costituzionale per la separazione, oggi si affida a considerazioni filosofiche per motivare il suo No. E che dire di Debora Serracchiani, che qualche anno fa dichiarava non essere più possibile difendere l’unità della toga come un dogma, ed è ora in prima fila contro la riforma? Un carosello di conversioni che lascia l’elettore con un dubbio: se il diritto è la scienza delle certezze, perché i suoi interpreti mutano opinione come si cambia canale?
La piazza, i roghi e il fantasma di Licio Gelli
Nel frattempo, le piazze si riempiono e si colorano. A Roma, duemila persone hanno sfilato contro il referendum, e qualcuno – nella foga della protesta – ha pensato bene di dare fuoco a un cartellone con le effigi della presidente del Consiglio e del ministro Nordio, aggiungendo al rogo una bandiera statunitense e un ritratto di Donald Trump. Gesti che l’Associazione nazionale magistrati ha prontamente condannato, ma che restano lì come testimonianza di un clima che di giuridico ha ben poco. D’altro canto, il procuratore Gratteri aveva già sparso benzina sul fuoco definendo i potenziali votanti del Sì come un esercito composto da “indagati, imputati e massoneria deviata”, salvo poi precisare che la frase era stata estrapolata. E a proposito di massoneria, il procuratore ha riesumato la figura di Licio Gelli, ricordando come nel piano della P2 ci fosse proprio l’obiettivo di separare le carriere per limitare l’indipendenza del pm. Un accostamento pesante, che trasforma un confronto istituzionale in una ridda di sospetti.
Non è da meno il dibattito tra tecnici. Da una parte i costituzionalisti che ricordano come in ventuno Paesi Ue su ventisette le carriere siano già separate, e nessuno li considera regimi autoritari. Il ministro Crosetto, dal canto suo, ha mostrato un cartello con l’elenco delle democrazie europee dove giudici e pm seguono percorsi distinti, chiedendo – con una certa ragionevolezza – perché mai in Italia dovrebbe scatenarsi l’apocalisse. Dall’altra, i critici obiettano che la riforma, così com’è, non risolverà i problemi veri: la durata dei processi, la carenza di organico, il sovraffollamento delle carceri. E il sorteggio dei membri del Csm – definito “truccato” da Gratteri perché i laici verrebbero prima selezionati dal Parlamento e poi estratti – alimenta il sospetto che sia solo un espediente per mascherare una nomina politica.
Il furto di democrazia
Eppure, al di là degli schieramenti, al di là delle recite e delle accuse incrociate, resta un retrogusto amaro. È quel sentimento di insoddisfazione che coglie assai prima di conoscere l’esito delle urne, prima ancora di segnare la croce sul Sì o sul No. Come se in questa campagna referendaria mancasse qualcosa di essenziale, come se qualcuno ci avesse sottratto un bene prezioso senza che ce ne accorgessimo. Non è il timore di perdere, né la paura che vinca l’altro. È la sensazione di aver subito un furto: il furto di un dibattito serio, pacato, che mettesse al centro le ragioni della giustizia e non gli interessi di corrente. Perché quando il confronto si riduce a chi grida più forte, a chi evoca complotti o a chi brucia fotografie in piazza, la democrazia ne esce depauperata. E noi, cittadini chiamati a decidere, ci ritroviamo più soli e più confusi di prima.




