Il procuratore Gratteri e la frattura referendaria: tra dichiarazioni, repliche e l’apertura di una pratica al Csm

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La campagna per il referendum sulla separazione delle carriere, che si avvicina ormai alla data del voto, registra una torsione lessicale e sostanziale destinata a lasciare il segno nel dibattito pubblico; al centro della bufera, stavolta, non è solo il merito di una riforma che divide gli addetti ai lavori e la politica, bensì l’autorevolezza di chi quella toga la indossa da una vita e, nel tentativo di arginare il fronte del Sì, si è lasciato andare a una sintesi destinata a essere parcellizzata, rilanciata e, per sua stessa ammissione, strumentalizzata. Nicola Gratteri, procuratore capo della Repubblica di Napoli, intervenuto in un’intervista video al Corriere della Calabria — testata che ne ha ripreso le sollecitazioni sulla legalità — ha infatti scolpito un’equazione che in poche ore ha attraversato trasmissioni televisive, aule istituzionali e bacheche social: da un lato, ha argomentato Gratteri, si collocherebbero coloro che opteranno per il No, identificati come “le persone perbene” e quanti “credono nella legalità quale pilastro imprescindibile per il cambiamento, anche e soprattutto in Calabria”; dall’altro lato, e qui si annida la miccia del contendere, egli ha ricompreso nel campo del Sì “gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti quei centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” -1-2-3.

Le reazioni istituzionali e l’effetto moltiplicatore della polemica

La reazione del centrodestra, e in particolare degli esponenti di Forza Italia e Fratelli d’Italia, non si è fatta attendere ed è apparsa tanto trasversale quanto compatta nel stigmatizzare l’amalgama operato dal magistrato. Antonio Tajani, vicepremier e leader forzista, ha utilizzato il proprio profilo X per rivendicare la propria estraneità a qualsiasi cenacolo occulto o condizione processuale, definendo le parole del procuratore “un attacco alla libertà e alla democrazia” capace di offendere milioni di italiani i quali, proprio in quanto cittadini liberi e incensurati, intendono esprimere un voto favorevole alla riforma voluta dal governo -2-3-7. Ancora più netto, nelle forme e nella sostanza, è parso il commento del presidente del Senato Ignazio La Russa, il quale ha dichiarato di essere rimasto “basito” di fronte a un’affermazione che definisce “priva di verità” e tale da ledere la dignità di quanti, pur non condividendo l’orientamento del procuratore, eserciteranno un diritto costituzionale senza dover essere assimilati a logge deviate o a imputati -2-3-7.

Non sono mancate, nelle ore immediatamente successive, le repliche di esponenti territoriali e di vertice: Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, ha parlato di “etichette sconcertanti” e di una vera e propria “presunzione di patenti morali” che nessuna carica istituzionale, neppure quella di un alto magistrato, potrebbe legittimare; Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ha invece ironizzato — se di ironia può parlarsi — sull’eventualità di dover “arrestare tutti” gli elettori del Sì, accusando Gratteri di essere prigioniero di una “schiavitù ideologica” -7. Il Comitato per il Sì, dal canto suo, ha diffuso una nota nella quale si invitava il magistrato a “chiedere scusa immediatamente”, contestando la pretesa di detenere un monopolio dell’etica pubblica e ricordando come tra i sostenitori della riforma figurino anche numerosi magistrati, molti dei quali colleghi dello stesso Gratteri -2.

La replica del procuratore e il controcanto sulle strumentalizzazioni

Di fronte all’onda montante delle critiche — che alcuni esponenti politici hanno tradotto in una formale segnalazione al Consiglio Superiore della Magistratura, come nel caso del deputato azzurro Paolo Emilio Russo — lo stesso Gratteri ha affidato al Corriere della Sera una precisazione articolata, volta a ricondurre il proprio pensiero entro coordinate meno esposte: il procuratore ha ribadito che i suoi interventi non possono essere “parcellizzati e letti in modo disorganico”, aggiungendo di non aver mai inteso sostenere che tutti i votanti per il Sì siano riconducibili a consorterie deviate o a soggetti con procedimenti penali in corso, bensì di aver voluto indicare alcune categorie — quelle, per l’appunto, dei centri di potere economico-finanziario e delle logge massoniche non trasparenti — le quali, a suo giudizio, trarrebbero giovamento da un sistema giudiziario meno incisivo e troverebbero dunque nella riforma un obiettivo convergente -1. Una distinzione, quella operata nella replica, che tuttavia non ha arrestato la ridda di dichiarazioni né, tanto meno, placato l’indignazione di chi si è sentito pubblicamente assimilato a un’area moralmente sospetta.

I precedenti e la postura antagonistica del magistrato

Non si tratta, peraltro, della prima occasione in cui il procuratore Gratteri si trova al centro di una tempesta comunicativa legata al referendum: già a gennaio, egli aveva denunciato Fratelli d’Italia per l’utilizzo di un suo vecchio video — risalente a un intervento sulle correnti e sul sorteggio dei componenti del Csm — diffuso sui canali social del partito senza il necessario contesto e con l’intento, a suo dire, di veicolare una falsa adesione alla riforma -5-9. In quell’occasione, come nelle interviste rilasciate nei mesi precedenti a testate e podcast specializzati, il procuratore aveva già messo in guardia dal rischio che la separazione delle carriere, lungi dall’accelerare i processi, costituisse il cavallo di Troia per un assoggettamento del pubblico ministero all’esecutivo, attraverso un meccanismo di sorteggio che egli stesso ha definito, senza mezzi termini, “truccato” nella sua architettura differenziata tra componente togata e componente laica -6-9.

La sua militanza nel fronte del No, del resto, si è dispiegata in numerose occasioni pubbliche, persino in contesti istituzionali — come l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Napoli e a Genova, dove pure si discuteva di mafie e di Agende Rosse — suscitando reazioni e, in almeno un caso, l’abbandono della sala da parte del presidente del Consiglio regionale ligure Stefano Balleari, il quale aveva giudicato “inopportune” le esternazioni di Salvatore Borsellino contro quello che definiva un “regima mascherato da democrazia” -4-10.

Il quadro complessivo e la pratica aperta all’organo di autogoverno

Mentre il dibattito si riversa ormai stabilmente nei talk show e nelle agenzie di stampa, l’elemento che aggiunge uno spessore ulteriore alla vicenda è rappresentato dalla segnalazione — per usare un lessico neutro — formalizzata da esponenti di Forza Italia presso il Consiglio Superiore della Magistratura: non una vera e propria incolpazione, ma un atto doveroso, nelle intenzioni dei proponenti, affinché l’organo di autogoverno valuti se le dichiarazioni del procuratore capo di Napoli siano compatibili con il principio di equilibrio e di terzietà che la Costituzione e le norme deontologiche richiedono a chi esercita funzioni giudiziarie -1. L’esito di tale approfondimento, così come le tempistiche, non sono al momento prevedibili, né è possibile stabilire se la precisazione offerta da Gratteri — quella sulla non generalizzazione dell’accusa — possa essere ritenuta satisfattiva o, al contrario, se si ritenga che la replica sia giunta quando ormai l’eco delle parole iniziali aveva già prodotto i suoi effetti.

Il referendum, dal canto suo, prosegue il suo cammino tra i fuochi incrociati di narrazioni opposte: da un lato i magistrati associati e gran parte delle procure generali, che nelle relazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario hanno ribadito l’insussistenza di correlazioni tra separazione delle carriere e smaltimento dell’arretrato, dall’altro una compagine politica che insiste sulla necessità di distinguere il ruolo del giudice da quello dell’accusatore per restituire fiducia ai cittadini -10. E, in mezzo, il elettorale chiamato a esprimersi, che si trova oggi a dover districare il nodo di una riforma tecnica da una polemica che, almeno in questa fase, ha spostato il confronto dal piano della razionalità giuridica a quello, assai più scivoloso, della tassonomia morale.

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