Gratteri e la bufera referendaria, il Csm si spacca sulle parole del procuratore
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Redazione Interno
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La campagna per il referendum sulla giustizia, un appuntamento che chiamerà i cittadini alle urne per esprimersi su nodi cruciali come la separazione delle carriere, ha conosciuto una brusca accelerazione, trasformandosi in un terreno di scontro istituzionale senza esclusione di colpi. Al centro della bufera, come spesso accade quando si toccano i nervi scoperti del sistema giudiziario, c’è Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, uomo abituato a vivere sotto scorta e a maneggiare con cautela la propria incolumità, ma non certo le parole. In un'intervista rilasciata al Corriere della Calabria, il magistrato – la cui nomina a capo della procura partenopea era stata sostenuta anche da esponenti di Italia Viva come Ernesto Carbone, oggi tra i suoi difensori -2 – ha infatti affermato senza mezzi termini che a votare per il Sì saranno “indagati, imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”, contrapponendo a questo schieramento le “persone perbene” che invece opteranno per il No -4.
Una dichiarazione, questa, che ha immediatamente innescato una reazione a catena all’interno del panorama politico, con i vertici della maggioranza che si sono stretti in un coro di critiche compatto e durissimo. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha dichiarato di essere rimasto “basito” di fronte a parole che giudica offensive per milioni di italiani, un’accusa, quella di offendere la platea dei potenziali elettori, ripresa anche dal vicepremier Antonio Tajani. Il leader di Forza Italia, utilizzando i social per rivolgersi direttamente al procuratore, ha respinto con forza l’etichetta, rivendicando la propria estraneità a qualsiasi circuito deviato e definendo le uscite di Gratteri come un attacco alla libertà di voto e alla democrazia stessa -4-9.
Le reazioni non si sono fermate certo ai vertici istituzionali, ma hanno investito l’intero arco parlamentare del centrodestra, con singoli esponenti che hanno gareggiato nell’esprimere sconcerto. Il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, ha ironizzato sull’invito implicito del magistrato a preparare milioni di fascicoli per indagare i cittadini, mentre il sottosegretario alla Giustizia, Paolo Sisto, ha bollato come “sconcertante” la pretesa di dividere il Paese in buoni e cattivi in base al voto referendario -9. A scendere in campo è stato anche Matteo Salvini, che ha minacciato una denuncia formale e ha chiesto a gran voce delle scuse pubbliche da parte del procuratore, sottolineando come da un rappresentante delle istituzioni ci si aspetterebbe “sobrietà e terzietà” non “insulti a casaccio” -1-5.
La replica del procuratore e il muro contro muro con il governo
Lontano dal mostrarsi intimidito dalla pioggia di critiche, Gratteri ha risposto con la stessa durezza che da sempre contraddistingue il suo stile, rifiutando qualsiasi passo indietro. Intervenuto a Piazzapulita, il magistrato ha accusato i suoi detrattori di agire in malafede, parcellizzando le sue dichiarazioni per alimentare uno scontro sterile e delegittimante. “Io il senso della paura l’ho superato 35 anni fa”, ha tagliato corto Gratteri, ribadendo che non sarà certo la minaccia di procedimenti disciplinari o di interrogazioni parlamentari a farlo desistere dalla sua battaglia per il No -1. Una battaglia che, a suo dire, mira a smascherare chi ha interesse a una giustizia meno efficiente e incisiva, e che non intende certo arretrare di un millimetro di fronte a quella che percepisce come una strumentalizzazione politica del suo ruolo.
Nel mirino del procuratore, nella sua controffensiva, è finito in particolare il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che aveva ironizzato sulla necessità di test psico-attitudinali non solo per l’ingresso in magistratura ma forse anche per la fuoriuscita. Gratteri, con una punta di sarcasmo, ha ribattuto che il Guardasigilli “si è fatto una domanda e si è dato una risposta”, alludendo a una presunta confusione del ministro. Un botta e risposta, quello tra i due, che testimonia la temperatura rovente del confronto, con il ministro che si era detto “sconcertato” dall’intervento del procuratore, aggiungendo benzina sul fuoco di una polemica che appare ormai lontana da qualsiasi possibilità di ricomposizione a breve termine -1-6.
La fronda al Csm: venti consiglieri corrono in difesa di Gratteri
E mentre il governo attacca e la maggioranza chiede provvedimenti disciplinari, all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura si è levata una voce forte e bipartisan a difesa del procuratore di Napoli. Venti consiglieri – tra cui figurano togati di diverse correnti come Marco Bisogni di Unicost, Marcello Basilico di Area, Maria Luisa Mazzola di Magistratura Indipendente, insieme ai laici Roberto Romboli del Partito Democratico ed Ernesto Carbone – hanno firmato una nota congiunta per respingere quella che definiscono una “costruzione” di una polemica su singole frasi -3. Un metodo, si legge nel documento, che “non serve a nessuno” e che ha il solo effetto di “distorcere il senso delle argomentazioni, alimentare contrapposizioni e distrarre dal merito” delle scelte ordinamentali in gioco.
I firmatari, con una mossa che rappresenta un chiaro schiaffo alle richieste di azione disciplinare provenienti dal centrodestra e in particolare da consiglieri laici come Isabella Bertolini ed Enrico Aimi, hanno voluto sottolineare un aspetto di fondo. In un Paese segnato dal peso della criminalità organizzata, interrogarsi sugli interessi – anche criminali – che potrebbero muoversi intorno a una riforma non è affatto “un’eresia”, bensì un preciso dovere per chi ricopre cariche pubbliche -3. Un richiamo, questo, che sposta il piano del confronto dalla mera polemica contingente al cuore del problema: la possibilità che determinate modifiche dell’ordinamento giudiziario possano essere caldeggiate, consapevolmente o meno, da chi ha tutto l’interesse a vedere ridimensionato il potere di controllo della magistratura.
L’irritazione della maggioranza e la nota di biasimo dei laici
La presa di posizione dei venti consiglieri non ha fatto che inasprire ulteriormente il clima, allargando la frattura anche all’interno dell’organo di autogoverno delle toghe. La replica dei consiglieri laici vicini alla maggioranza non si è fatta attendere, con Isabella Bertolini e Claudia Eccher che avevano già definito le parole di Gratteri “gravissime e inaccettabili”, chiedendo una presa di posizione netta del Csm -3. La nota congiunta dei venti, invece di placare gli animi, ha quindi cristallizzato due visioni opposte: da una parte chi vede nella difesa a oltranza di Gratteri una sorta di immunità rativa concessa a un magistrato che sconfina nel giudizio politico; dall’altra chi, come i firmatari, legge gli attacchi come un tentativo di delegittimare un singolo per colpire l’intera magistratura e condizionarne l’operato.
Una tensione, questa, che rischia di travolgere lo stesso Csm, trascinandolo in un dibattito referendario che, per sua natura, dovrebbe rimanere estraneo alle dinamiche di palazzo. La maggioranza dei consiglieri ha espresso la propria “preoccupazione” proprio per questo tentativo di “trascinare il Csm nel dibattito referendario”, ventilando iniziative disciplinari che rischiano di piegare l’organo di garanzia – la cui funzione è quella di valutare con imparzialità eventuali illeciti – a una mera “leva di indirizzo nella dinamica politica” -3. Un avvertimento, lanciato a chiare lettere, contro l’uso della questione disciplinare come arma di propaganda, in un frangente in cui il confronto dovrebbe invece mantenersi sul piano delle idee e dei contenuti della riforma.




