Il caso Gratteri e la campagna referendaria, tra parole che incendiano il dibattito e reazioni istituzionali
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Redazione Interno
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Non è la prima volta, del resto, che le esternazioni del procuratore di Napoli finiscono nel mirino della politica o sollevano perplessità per i toni utilizzati, ma stavolta la miccia innescata dalle sue dichiarazioni ha prodotto un fronte del fuoco che lambisce le più alte cariche dello Stato. Nicola Gratteri, da settimane nel vivo della campagna per il no al referendum sulla giustizia – consultazione che, lo ricordiamo, si terrà a metà marzo e che vede contrapposti i sostenitori della riforma voluta dal governo guidato da Trump e i suoi detrattori – ha rilasciato un’intervista al Corriere della Calabria nella quale, con il consueto stile diretto e poco incline a mediazioni, ha operato una distinzione netta tra l’elettorato dei due schieramenti. Da una parte, ha spiegato il magistrato, ci sarebbero “le persone perbene” e quanti credono nella legalità, destinati a votare no; dall’altra, a sostegno del sì, si schiererebbero “indagati, imputati, la massoneria deviata e tutti quei centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” -3-7. Una sentenza inappellabile, la sua, che ha immediatamente travalicato i confini del dibattito politico per assumere i contorni di un caso istituzionale, costringendo lo stesso Gratteri a una successiva, e parziale, opera di chiarimento in trasmissioni televisive come Piazzapulita, dove ha parlato di una lettura “in malafede” e di una strumentalizzazione del suo pensiero, negando di aver voluto criminalizzare intere fasce della popolazione -2-8.
La reazione del governo e l’apertura di una pratica al Csm
Le conseguenze non si sono fatte attendere, e anzi, hanno investito il procuratore come un’onda anomala. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha dichiarato di essere rimasto “basito” da parole che definisce prive di verità e offensive per milioni di italiani, le quali, a suo giudizio, alzano pericolosamente il livello dello scontro in un momento che richiederebbe invece un confronto civile e rispettoso delle altrui opinioni. Sulla stessa lunghezza d’onda il vicepremier Antonio Tajani, per il quale le affermazioni di Gratteri rappresentano un inaccettabile attacco alla libertà e alla democrazia, e il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, che ha rilanciato ironizzando sull’efficacia involontaria di tali parole, le quali, a suo dire, spingerebbero gli indecisi proprio verso il voto favorevole alla riforma. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, dal canto suo, si è detto “sconcertato”, lasciando intendere che simili uscite potrebbero persino far sorgere interrogativi sull’opportunità di valutazioni psico-attitudinali non solo per l’ingresso in magistratura, ma anche per le fasi conclusive della carriera. La bufera ha indotto il Consiglio Superiore della Magistratura ad aprire una pratica per valutare l’esistenza di eventuali profili disciplinari a carico del procuratore, un atto che testimonia la gravità attribuita alla vicenda dall’organo di autogoverno.
La spaccatura nella magistratura e la presa di distanza di 51 colleghi
A rendere ancora più significativa la portata dello scandalo è stata la reazione, per certi versi inedita, giunta dall’interno stesso del mondo giudiziario. Ben cinquantuno magistrati, provenienti da diverse procure italiane, hanno firmato un comunicato duro e senza precedenti per dissociarsi dalle dichiarazioni del collega, rompendo quel fronte di sostanziale solidarietà rativa che spesso ha caratterizzato simili frangenti. Nel testo, i firmatari esprimono il loro sconcerto per le parole di Gratteri e, con una punta di amaro sarcasmo, arrivano a scusarsi con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati, aggiungendo che aumentano le adesioni tra i magistrati che voteranno sì e concludendo con un ironico invito: “Ci indaghi tutti, signor Gratteri”. Un assist, questo, che ha trovato pronta eco nella satira politica del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, il quale in un video social ha ironizzato sulla possibilità di stilare vere e proprie liste di proscrizione, impedendo di votare agli abitanti di alcune città “dai nomi inquietanti”, una chiara frecciata alla deriva inquisitoria che, secondo i critici, certe posizioni finirebbero per alimentare.
Le critiche passate e il nodo della credibilità
Non si tratta, per Gratteri, di un primo passo falso in questa campagna referendaria. Solo poche settimane fa, il procuratore era finito al centro di un’altra bufera mediatica per aver diffuso, e poi parzialmente ritrattato, un presunto pensiero di Giovanni Falcone che avrebbe sostenuto la sua tesi contraria alla separazione delle carriere, salvo poi essere smentito da una lettura più attenta e contestualizzata delle parole del giudice ucciso dalla mafia. Quell’episodio, insieme ad altre operazioni mediatiche giudicate da alcuni come fini a sé stesse, aveva già alimentato dubbi sulla sua comunicazione pubblica. E se da un lato l’Associazione Nazionale Magistrati è corsa in sua difesa parlando di attacchi personali, dall’altro il dibattito si è ulteriormente avvelenato, mostrando come la scelta di alcuni magistrati di scendere in campo in prima persona come soggetti politici attivi rischi di minare, agli occhi dei cittadini, quella percezione di imparzialità che dovrebbe rappresentare il fondamento della funzione giurisdizionale. Il rischio concreto, insomma, è che al termine di questa battaglia referendaria, al di là del risultato, a uscire indebolita sia la credibilità stessa della magistratura.




