«Il Sì deve ringraziare Gratteri»: lo scontro tra il procuratore e Occhiuto incendia la campagna referendaria
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Redazione Interno
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La tempesta politica, quella che da giorni agita le acque della campagna referendale sulla giustizia, ha trovato il suo epicentro in Calabria e il suo grimaldello nelle parole, certo non casuali e per nulla sfumate, del procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri. Il magistrato, originario di Gerace e per anni figura centrale – e spesso scomoda – dell’azione giudiziaria sul territorio calabrese, ha rilasciato un’intervista video al Corriere di Calabria nella quale, ragionando attorno ai possibili esiti del voto di metà marzo, ha operato una distinzione destinata a sollevare un polverone: da un lato, ha argomentato Gratteri, si schiereranno per il «No» «le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia un pilastro importante per il cambiamento della Calabria»; dall’altro, a sostegno del «Sì», finiranno per coagularsi «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti quei centri di potere – questo il ragionamento del capo della Procura partenopea – che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente» -6-8-9.
Una cesura netta, quasi manichea, quella tracciata dal procuratore, che di fatto ha brandito il discrimine della moralità pubblica come una clava, spaccando il elettorale in due categorie distinte e per nulla comunicanti: i giusti e i reprobi, i puri e coloro che, per status giudiziario o presunta appartenenza a circuiti occulti, verrebbero naturalmente attratti dal fronte riformatore. Una posizione, questa, che ha immediatamente innescato la reazione del presidente della Regione Calabria e vice segretario nazionale di Forza Italia, Roberto Occhiuto. Il governatore, che con Gratteri aveva intrattenuto rapporti istituzionali negli anni dell’attività del magistrato in Calabria, non ha esitato a definire quelle esternazioni «estremamente gravi», capaci di «infangare la Calabria» e di gettare «un’ombra ingiusta» su migliaia di cittadini calabresi – Occhiuto tra i primi – che al referendum intendono votare «Sì» non per tutelare chissà quali privilegi, bensì perché ritengono, ed è una valutazione politica legittima quanto quella opposta, che la riforma possa restituire un apparato giudiziario «più giusto, più efficiente e meno politicizzato» -2-5-8.
L’onda lunga delle dichiarazioni e l’apertura della pratica al Csm
L’affondo del magistrato, tuttavia, non è rimasto confinato al perimetro regionale calabrese, ma ha rapidamente valicato lo Stretto per investire i massimi vertici istituzionali dello Stato. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha confessato di essere rimasto «basito», mentre il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha manifestato tutto il suo «dispiacere» per un intervento che, lungi dal favorire un confronto sereno, contribuisce ad «alzare e di parecchio i toni dello scontro» -1-6. Il Guardasigilli Carlo Nordio, dal canto suo, è parso «sconcertato» al punto da lasciarsi sfuggire una battuta al vetriolo – chiedendosi se i test psico-attitudinali previsti per l’accesso alla magistratura non debbano essere estesi anche al termine della carriera – mentre Antonio Tajani ha parlato senza mezzi termini di «inaccettabile attacco alla libertà» e di strategia comunicativa che, unita a quella del Partito Democratico, finisce paradossalmente per rappresentare «il miglior spot a favore del Sì» -1-6-8.
A dare ulteriore alla bufera, peraltro, è giunta puntuale la notizia che il consigliere laico del Consiglio Superiore della Magistratura, Enrico Aimi, ha formalizzato l’intenzione di proporre l’apertura di una pratica presso il Comitato di Presidenza di Palazzo dei Marescialli. L’obiettivo, hanno spiegato fonti vicine al Centrodestra, è quello di verificare se le esternazioni pubbliche del procuratore di Napoli – valutate nel loro contenuto sostanziale e nel contesto comunicativo in cui sono state calate – possano assumere rilevanza disciplinare o quantomeno influire sul prossimo procedimento di valutazione della professionalità del magistrato -1-6.
La difesa di Gratteri e il silenzio del fronte del No
Gratteri, lungi dal tentare una ritirata strategica, ha opposto alla valanga di critiche la corazza di chi rivendica il proprio ruolo di «battitore libero». Ha lamentato, attraverso una successiva precisazione rilasciata sempre al Corriere della Sera, una «lettura strumentale e parcellizzata» del suo pensiero: il procuratore ha chiarito di aver inteso riferirsi esclusivamente a coloro – e sarebbero comunque molti, a suo dire – i quali traggono personale vantaggio dall’attuale inefficienza del sistema giudiziario, aggiungendo peraltro che «non tutti quelli che votano Sì sono necessariamente appartenenti a centri di potere» -1-6. Una rettifica parziale, che non ha impedito al magistrato di rincarare la dose in serata, ribadendo con forza che non saranno certo «le minacce di interrogazioni parlamentari o i procedimenti disciplinari a metterlo a tacere» -1.
Ciò che colpisce, al netto della bagarre politica, è il silenzio che sembra avvolgere le dichiarazioni di Gratteri da parte di chi, sulla carta, dovrebbe condividere la sua posizione referendaria. L’Associazione Nazionale Magistrati, il Partito Democratico e il fronte composito del «No», infatti, non hanno ritenuto di dover prendere le distanze da un linguaggio che, di fatto, assegna patenti di onestà civica in ragione di una scelta di voto. Un silenzio che, nelle analisi delle camere penali e di alcuni commentatori, stride con la vocazione garantista che il fronte del «No» pure rivendica, quasi che l’autorità morale del procuratore di Napoli – già capace di imporre l’agenda pubblica su mafia e corruzione – costituisca scudo sufficiente contro qualsiasi accusa di delegittimazione dell’avversario politico -10. Il paradosso, evidente a molti, è che il «Sì» – accusato da Gratteri di raccogliere i frutti avvelenati di un elettorato moralmente sospetto – si trova oggi ad avere, nelle parole dello stesso procuratore, il più efficace e insperato alleato della propria campagna.




