«Indagati, imputati e massoneria deviata voteranno sì». La bufera politica sulle parole di Gratteri
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Redazione Interno
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Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha innestato una miccia destinata ad ardere per tutta la campagna referendaria nel corso di un’intervista video rilasciata al Corriere della Calabria, testata della regione – ed è questo un passaggio non secondario – dove il magistrato, calabrese di nascita, ha costruito gran parte della sua carriera e condotto, fino a produrre a Catanzaro la mastodontica inchiesta Rinascita Scott, indagini che hanno incrociato mafie, massonerie deviate e poteri deviati. Da quelle aule giudiziarie, dove ha ottenuto in appello centocinquantaquattro condanne per complessivi quattordici secoli di carcere, Gratteri ha tracciato una linea netta: da un lato «le persone perbene», quelle che «credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria» e che, a suo giudizio, voteranno no; dall’altro lato, invece, «voteranno per il sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti quei centri di potere che non avrebbero vita facile se ci fosse una giustizia efficiente» -2-7.
L’equivalenza – o meglio, il climax argomentativo che porta ad accostare il voto favorevole ai quesiti referendari a una galassia di soggetti che con la giustizia hanno, o hanno avuto, conti aperti – ha immediatamente prodotto una reazione compatta e trasversale da parte della maggioranza di governo, costringendo il magistrato, già nella serata dello stesso giorno, a una precisazione in video collegamento con Piazza Pulita, su La7. «Non ho mai detto che i cittadini che voteranno sì sono tutti appartenenti a centri di potere, a malavita o a massoneria», ha scandito Gratteri, lamentando che i suoi interventi siano stati «parcellizzati e strumentalizzati» da chi «è in malafede e vuole alzare lo scontro» -4-10. Ma se la rettifica ha chiarito – almeno nelle intenzioni – che non vi è, nelle sue parole, la volontà di criminalizzare l’intero fronte del sì, il magistrato non ha arretrato di un millimetro sul merito della sua battaglia: «Continuerò fino all’ultimo giorno la mia battaglia per il no. Il senso della paura l’ho superato trentacinque anni fa, non è con le minacce di interrogazioni parlamentari o con procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere» -1-4.
La reazione delle istituzioni e del governo
Le dichiarazioni del procuratore hanno varcato i confini del dibattito tra schieramenti per raggiungere i massimi livelli istituzionali. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è detto «basito»: pur avendo sempre auspicato «un confronto civile» sul referendum, La Russa ha definito l’uscita di Gratteri «priva di verità» e tale da offendere «milioni di cittadini che non voteranno come lui», alzando «di parecchio i toni dello scontro politico» -1-7-8. Parole che, nella loro nettezza, collocano la reazione della seconda carica dello Stato sul piano della riprovazione formale, quasi a marcare uno scostamento dalle consuete dialettiche. Sulla stessa lunghezza d’onda si è posto il Guardasigilli Carlo Nordio, il quale, manifestandosi «sconcertato», ha lanciato una provocazione destinata a far discutere: «Ci chiediamo se l’esame psico-attitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera» -1.
Ancora più duro, se possibile, il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani. «Sono una persona perbene, non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere – ha rivendicato Tajani – e voterò convintamente sì». L’affondo di Gratteri, per il ministro, costituisce «un attacco alla libertà e alla democrazia che offende milioni di italiani», oltre a rappresentare, unitamente alla strategia comunicativa del Partito Democratico, «il miglior spot a favore del sì» -1-8. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, è salito addirittura sul registro dell’invettiva: «Arrestateci tutti, signor Procuratore. Prepari milioni di pagine da riempire nel registro degli indagati, dove saranno elencati i milioni di cittadini perbene che con il loro sì approveranno la riforma costituzionale» -7-8.
Le critiche dal mondo politico e forense
All’indignazione dei vertici istituzionali si è aggiunta, con puntualità, quella del viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, secondo il quale «dividere gli italiani tra persone “per bene” e presunti delinquenti sulla base della loro scelta referendaria è un atto di delegittimazione grave e inaccettabile». «Nessuno – ha scandito Sisto – può arrogarsi il diritto di stabilire chi sia “per bene” in cabina elettorale» -8. Da Fratelli d’Italia il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami ha parlato di «dichiarazioni indegne», mentre il presidente dei senatori del partito, Lucio Malan, ha esteso il perimetro dell’offesa: secondo Malan, Gratteri avrebbe insultato «non solo milioni di cittadini, ma anche tanti irreprensibili magistrati e illustri giuristi di sinistra, come Augusto Barbera e Cesare Salvi», tutti schierati per il sì -2-9.
Al di là degli schieramenti politici, una nota critica è giunta anche dall’Unione delle camere penali. Per i penalisti italiani, le affermazioni del procuratore di Napoli non configurano una mera opinione, bensì un vero e proprio insulto: «Ridurre milioni di cittadini a una categoria di sospetti, dipingerli come moralmente indegni solo per la loro scelta di voto – si legge in una nota – significa oltrepassare ogni limite» -7. Né è mancata la replica del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, il quale, pur rammentando la «collaborazione istituzionale» avuta con Gratteri negli anni in cui operava sul territorio, ha definito le sue dichiarazioni «estremamente gravi», tali da «infangare la Calabria» e gettare «un’ombra ingiusta su un’intera comunità» -8.
La posizione del procuratore e il clima della campagna
Nonostante la ridda di repliche e l’apertura, da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, di una pratica volta a valutare eventuali profili disciplinari, Gratteri non ha mostrato segni di cedimento. Anzi, nel corso della trasmissione di La7, ha ribadito il concetto: chi sostiene il sì lo fa perché non vuole «essere controllato dalla magistratura»; e tra costoro, ha ripetuto, vi sono certamente «centri di potere, ’ndrangheta e massoneria deviata», pur non esaurendo essi la totalità dell’elettorato favorevole alle riforme -4-10. «Davanti a gente che scientificamente prende un pezzettino di intervista e la mette in rete pensando di intimidirmi o delegittimarmi – ha concluso – dico che si sbagliano, stiano tranquilli» -4.
L’episodio, per chi osservi il dispiegarsi della campagna referendaria a un mese dal voto, rappresenta plasticamente il grado di saturazione raggiunto dal dibattito pubblico. Se da un lato lo schieramento per il no trova in Gratteri – che pure si definisce «battitore libero» -5 – una delle voci più autorevoli e ascoltate, dall’altro la maggioranza di governo coglie l’occasione per riaffermare il principio che il voto favorevole ai quesiti non solo è legittimo, ma costituisce esercizio di sovranità popolare da parte di cittadini che nulla hanno a che fare con le categorie evocate dal magistrato. Il CSM valuterà, nelle prossime settimane, se quelle parole possano configurarsi come violazione del dovere di equilibrata e ponderata espressione del pensiero da parte di un alto rappresentante della magistratura requirente.




