Referendum, la bufera su Gratteri e quelle frasi sugli indagati e la massoneria deviata che voteranno sì
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Redazione Interno
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La campagna per il referendum sulla giustizia, quello che si terrà a marzo e che riguarda la separazione delle carriere dei magistrati, ha raggiunto livelli di tensione forse mai visti prima, e a innescare la scintilla, o meglio a gettare benzina sul fuoco, ci ha pensato il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. In un’intervista rilasciata al Corriere della Calabria, il magistrato, da tempo schierato su posizioni decisamente critiche verso la riforma voluta dal governo, ha rilasciato dichiarazioni che in poche ore hanno scatenato un vero e proprio terremoto politico e istituzionale, con reazioni che sono arrivate a cascata dai palazzi della politica fino alle stanze del Consiglio Superiore della Magistratura. Gratteri, con il suo inconfondibile stile diretto e senza giri di parole, ha sostanzialmente tracciato una linea di demarcazione netta, e per molti versi inequivocabile, tra chi, a suo dire, si schiererà per il “No” e chi, invece, voterà “Sì”. Per il procuratore, non c’è spazio per interpretazioni: al fronte del “No” appartengono “le persone perbene, le persone che credono nella legalità come pilastro importante per il cambiamento”, mentre dall’altra parte, pronti a sostenere il “Sì”, ci sarebbero “gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Parole pesanti, che hanno immediatamente fatto il giro del Paese e che suonano come un’autentica dichiarazione di guerra a chiunque, cittadino o forza politica che sia, intenda esprimere un voto favorevole alla riforma.
La reazione politica e quella dei magistrati: da Nordio ai 51 togati che si dissociano
Se l’intenzione di Gratteri era quella di rilanciare la sua battaglia per il “No”, l’effetto è stato quello di coalizzare contro di lui un fronte ampio e trasversale, che va dal governo a pezzi della stessa magistratura. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, non le ha mandate a dire, esprimendo tutto il suo sconcerto e chiedendosi, con una punta di ironia tagliente, se “l’esame psico-attitudinale” proposto per l’ingresso in carriera dei magistrati non debba essere esteso anche a chi quella carriera la sta per concludere. Ma le critiche più dure, e forse inaspettate, sono arrivate dall’interno del giudiziario. Ben 51 magistrati, provenienti da diversi tribunali d’Italia, hanno firmato un comunicato per prendere le distanze in modo netto e senza precedenti dalle parole del procuratore di Napoli. Nella loro nota, i togati parlano di “assordante silenzio dell’Anm” e si dicono indignati per un intervento che, a loro avviso, offende milioni di cittadini che intendono esercitare il proprio diritto di voto in modo libero e senza essere bollati con etichette infamanti. “Ci scusiamo con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati da tali affermazioni”, si legge nel testo, e quasi a voler ritorcere contro Gratteri la sua stessa logica, i firmatari concludono con una stoccata: “Ci indaghi tutti, sig. Gratteri”. Un segnale potente, questo, che dimostra come all’interno della magistratura non ci sia affatto una posizione monolitica e che l’enfasi retorica del procuratore abbia finito per isolarlo, facendo emergere un disagio profondo e diffuso.
Il tentativo di ridimensionamento in tv e la posizione del Comitato per il Sì
Nel corso della serata, ospite di Corrado Formigli a Piazzapulita su La7, Gratteri ha provato a gettare acqua sul fuoco, o quantomeno a ridimensionare la portata delle sue affermazioni. Ha parlato di un intervento “scientificamente tagliato” e “parcellizzato”, sostenendo di essere stato strumentalizzato in malafede da chi, per fini politici, ha estrapolato quelle frasi dal contesto più ampio del suo ragionamento. Non ho mai detto, ha spiegato più o meno testualmente, che tutti i cittadini che voteranno “Sì” sono automaticamente da annoverare tra i malfattori o gli appartenenti a logge massoniche deviate. Tuttavia, la precisazione non è bastata a placare gli animi, e anzi, in molti hanno letto questo tentativo di retromarcia come una conferma indiretta della debolezza della sua posizione iniziale. Il Comitato per il Sì, dal canto suo, è stato implacabile: con un post sui social, ha invitato Gratteri a chiedere scusa immediatamente a milioni di italiani, inclusi quei magistrati suoi colleghi che fanno parte del comitato stesso e che hanno visto le proprie motivazioni di voto equiparate, nella furia verbale del procuratore, a interessi poco chiari se non apertamente illeciti. “Nessuno, lei compreso, è detentore della moralità e dell’etica pubblica”, hanno scritto dal Comitato, bollando come “insopportabile” quella che hanno definito una “presunzione di superiorità morale”.
La posizione del centrodestra e le parole di Tajani e La Russa
Sul fronte politico, l’attacco a Gratteri è stato trasversale ma con il centrodestra in prima fila a difendere la riforma e il principio di libertà di voto. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è detto “basito” dalle dichiarazioni, sottolineando come queste non solo siano prive di fondamento, ma offendano milioni di cittadini che non condividono l’opinione del magistrato e rischino di alzare ulteriormente i toni di un dibattito che avrebbe bisogno di ben altra sobrietà. Antonio Tajani, leader di Forza Italia e ministro degli Esteri, ha postato un messaggio chiarissimo e diretto, quasi una dichiarazione personale: “Sono una persona perbene, non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere e voterò convintamente Sì”. Un modo, il suo, per ribaltare lo schema di Gratteri e rivendicare con forza la dignità di chi, pur non avendo nulla a che spartire con la malavita o con poteri occulti, ritiene la separazione delle carriere un passo necessario per il Paese. Matteo Salvini, leader della Lega, ha annunciato addirittura l’intenzione di sporgere denuncia, un atto che carica ulteriormente lo scontro di significati giudiziari e politici. Insomma, l’uscita del procuratore, lungi dal rafforzare il fronte del “No”, ha finito per compattare i sostenitori del “Sì” e per aprire una crepa profonda all’interno della stessa magistratura, con 51 togati pronti a firmare una dissociazione pubblica che, per la sua nettezza, difficilmente potrà essere ignorata nei prossimi giorni.




