«Non mi si mette a tacere con le minacce». La bufera su Gratteri e il referendum tra parole estrapolate e la richiesta di una pratica al Csm
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Redazione Interno
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Bastano pochi secondi di un’intervista, quella rilasciata al Corriere della Calabria e durata una ventina di minuti, per trasformare la campagna referendaria sulla giustizia in un fronte di scontro istituzionale. Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, aveva tracciato quella che per lui è una linea politica e culturale — il no alla separazione delle carriere e ai due Csm voluti dalla riforma Nordio — ma il passaggio finito al centro della bufera è un altro, ed è stato ripreso, parcellizzato e rilanciato dalla maggioranza di governo come un atto di delegittimazione di massa -2-9. «Voteranno per il sì», aveva detto il magistrato, «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Il giorno dopo, ospite di Piazzapulita su La7, Gratteri ha corretto il tiro, anzi ha rivendicato la completezza del proprio ragionamento: «Non ho mai detto che i cittadini che voteranno Sì sono tutti appartenenti a centri di potere o a malavita e massoneria. Chi lo ripete è in malafede e vuole alzare lo scontro» -5. Ma la replica, per quanto netta, non ha arginato la reazione delle alte cariche dello Stato, che ora guardano con attenzione anche al Csm: il Consiglio superiore della magistratura valuta l’apertura di una pratica, un atto dovuto quando le dichiarazioni pubbliche di un magistrato — soprattutto di un capo di una procura distrettuale — travalicano i confini del legittimo dissenso e approdano in quello che per molti, al governo, è il territorio dell’insulto rivolto a milioni di elettori.
La seconda carica dello Stato e il «basito» del presidente del Senato
Ignazio La Russa non usa giri di parole. Il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, rilascia una nota in cui confessa di «rimanere basito»: l’espressione, scelta con cura, fotografa lo scarto tra l’autorevolezza del ruolo di Gratteri e la mancanza di verità che, secondo La Russa, caratterizzerebbe l’affermazione del procuratore. «Offende milioni di cittadini che non voteranno come lui», aggiunge La Russa, e «fa alzare e di parecchio i toni dello scontro politico» -1-3. Un monito che arriva dopo mesi in cui lo stesso presidente del Senato aveva auspicato un dibattito sereno, e che ora invece certifica la frattura. Antonio Tajani, vicepremier e segretario di Forza Italia, incarna la reazione di chi nell’elettorato di centrodestra si sente etichettato. «Sono una persona perbene, non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere. E voterò convintamente Sì», scandisce il ministro, definendo le parole del procuratore «un attacco alla libertà e alla democrazia che offende milioni di italiani» -1-3.
A stretto giro, il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto parla di «etichette infamanti» e nega a chiunque, men che meno a un magistrato in servizio, il diritto di «stabilire chi sia per bene in cabina elettorale» -1. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, sceglie la via dell’ironia amara: «Arrestateci tutti, signor Procuratore. Prepari milioni di pagine da riempire nel registro degli indagati» -1-2. E ancora, i deputati di Fratelli d’Italia — Paolo Trancassini, Galeazzo Bignami, Alice Buonguerrieri — si allineano in una condanna corale che definisce le dichiarazioni «indegne», «incomprensibili», «il punto più basso della campagna referendaria» -1-3. Perfino Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e uomo che con Gratteri ha condiviso anni di collaborazione istituzionale, si dice «sconcertato»: «Queste parole infangano la Calabria e gettano un’ombra ingiusta su un’intera comunità. Ci sono tantissimi calabresi perbene, me compreso, che voteranno sì» -1.
La replica del procuratore e l’accusa di malafede
Gratteri, in serata, ribatte senza tentennamenti. Non si tratta, per lui, di un passo indietro, bensì di una contestualizzazione che i critici — e qui usa il termine «quelli che sono in malafede» — avrebbero volutamente ignorato -5. Il ragionamento del procuratore, nell’intervista integrale, era incardinato su una distinzione sociologica più che penalistica: i centri di potere, la ‘ndrangheta, la massoneria deviata, sostiene Gratteri, avrebbero tutto l’interesse a votare Sì perché «non vogliono essere controllati dalla magistratura». Ma questo, ribadisce, non significa che chiunque voterà Sì appartenga a quelle categorie. «I miei interventi non possono essere parcellizzati», scandisce a La7, lanciando una stoccata precisa a chi «scientificamente prende un pezzettino di intervista e la mette in rete» per delegittimarlo -5. Ed è qui che il procuratore alza il muro: «Il senso della paura l’ho superato 35 anni fa. Non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere» -5. Parole che suonano come una sfida, ma anche come la rivendicazione di una libertà di pensiero che Gratteri ritiene incomprimibile, lui che da anni — e lo ha ripetuto anche al Fatto Quotidiano — rifiuta l’etichetta di magistrato di sinistra o ideologizzato, documentando come il Pd non lo abbia mai votato per alcuna delle sue nomine -6.
Verso il Csm, tra valutazioni e precedenti
Mentre la polemica politica divampa, l’attenzione si sposta sul Consiglio superiore della magistratura. Non è la prima volta che le esternazioni di Gratteri finiscono sotto la lente dell’autogoverno; in passato, altre sue uscite — come la citazione, poi rivelatasi imprecisa, di un’intervista di Giovanni Falcone contraria alla separazione delle carriere — avevano sollevato perplessità, ma senza approdare a provvedimenti formali -9. Stavolta, però, il contesto è diverso: il referendum è alle porte, la forbice tra Sì e No si è ridotta a pochi punti percentuali — secondo l’ultimo sondaggio Swg per TgLa7, il 38% per il Sì contro il 37% per il No, con un quarto degli elettori ancora indeciso — e ogni dichiarazione pesa come un macigno sul piatto della bilancia -7. La richiesta di aprire una pratica, che potrebbe tradursi in una valutazione sulla compatibilità delle dichiarazioni con l’esercizio imparziale delle funzioni, è al momento sul tavolo. Alcuni componenti del Csm ritengono che le affermazioni di Gratteri, pur essendo riconducibili alla libertà di manifestazione del pensiero, entrino in tensione con il dovere di riservatezza e sobrietà imposto ai magistrati, specialmente a chi ricopre il vertice di una procura tra le più complesse d’Italia. Altri, invece, leggono in questa mobilitazione un tentativo di intimidazione trasversale. La prassi, in questi casi, è lenta e ponderata; il Csm difficilmente si esprimerà prima del voto, ma l’apertura stessa di una pratica — un atto interlocutorio — costituisce già un fatto politico e istituzionale di rilievo, destinato ad alimentare ulteriormente il dibattito sull’equilibrio, sempre precario, tra indipendenza della magistratura e rispetto del principio democratico della sovranità popolare.




