Il referendum e la frattura lessicale: Gratteri, le “persone perbene” e l’opposto schieramento degli indagati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’onda lunga del dibattito referendario sulla giustizia, che porterà gli italiani alle urne tra poco più di un mese, ha assunto nelle ultime ore una torsione semantica destinata a lasciare il segno. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, intervenendo ai microfoni del “Corriere della Calabria”, ha costruito una dicotomia sociale che trascende il merito giuridico della separazione delle carriere per collocarsi sul piano, assai più scivoloso, dell’appartenenza morale. Rispondendo a una domanda della giornalista Lucia Serino sulla presunta vocazione sabotatrice delle terre trascurate dallo Stato, il magistrato ha operato una cesura netta: da un lato, ha collocato coloro che opteranno per il “No” – definiti, senza margine di ambiguità, “persone perbene”, individui che ancorano la propria identità civica al “cambiamento della Calabria” attraverso il pilastro della legalità; dall’altro, ha catalogato l’elettorato del “Sì” quale convesso naturale di “indagati, imputati, massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” -7.

L’architettura retorica adottata dal capo della Procura partenopea, che pure ribadisce di operare quale “battitore libero” estraneo a qualsiasi comitato -1, produce uno slittamento di paradigma non trascurabile: il voto referendario cessa di essere una scelta tra diversi assetti ordinamentali per divenire una certificazione di onorabilità personale. Gratteri, del resto, aveva già anticipato questa linea in altre sedi pubbliche, argomentando come la riforma – a suo avviso – rappresenti un meccanismo confezionato “per i potenti e per i ricchi”, laddove soltanto questi ultimi, attraverso avvocati dal costo proibitivo, potrebbero sostenere il peso di indagini difensive efficaci -7. Ne deriva, per implicazione diretta, che il “Sì” verrebbe espresso non solo dalle logge deviate e dai soggetti a vario Titolo coinvolti in procedimenti penali, ma anche da quella parte di elettorato economicamente attrezzata per sopravvivere a un processo; il resto dei cittadini, quelli che lui definisce “gli ultimi, i deboli”, finirebbero schiacciati da un meccanismo inquisitorio privo di contrappesi.

Non è, questa, la prima incursione del procuratore in un territorio ibrido, dove la funzione requirente si mescola alla comunicazione politica aggressiva. Risale a poche settimane fa il caso della citazione – rivelatasi inesistente – di una presunta intervista di Giovanni Falcone, utilizzata per avversare la riforma e poi oggetto di un netto rifiuto del contraddittorio quando il programma “Quarta Repubblica” ha cercato di chiedere chiarimenti. In quella circostanza, Gratteri liquidò l’inviata con un secco “Mi state disturbando. Non voglio parlare con voi né con la vostra trasmissione”, una postura che, secondo alcuni osservatori, sancisce la difficoltà di alcuni magistrati di accettare la dialettica una volta che si siano volontariamente collocati nell’agone del dibattito pubblico -2.

Parallelamente alle dichiarazioni del procuratore di Napoli, il fronte dei sostenitori del “Sì” ha arricchito il quadro con voci che provengono da esperienze politiche e professionali diametralmente opposte. Enrico Morando, presidente di Libertàeguale, ha rivendicato la paternità culturale dell’intervento riformatore, sostenendo che separare le carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri rappresenti “una riforma di sinistra” e un completamento del codice Vassalli, non certo un’invenzione dell’attuale maggioranza -4. Il costituzionalista Tullio Padovani, dal canto suo, ha respinto l’allarme lanciato da Luciano Violante – quello della creazione di una “casta dei pm” autogovernata – osservando come il testo normativo, in realtà, miri a liberare la magistratura proprio dalla “tessera” correntizia, che costringe ogni magistrato a cercare protettorati interni per sopravvivere alle valutazioni del Consiglio superiore -4.

Dall’altro lato dello schieramento, il dibattito si infiamma anche sul piano parlamentare. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, replicando alla capogruppo dem Debora Serracchiani, aveva definito “petulante litania” l’accusa secondo cui la riforma sottoporrebbe il pm all’esecutivo, ricevendo bordate che hanno tirato in ballo persino Licio Gelli, quasi a voler dimostrare la presenza di inquietanti compagni di viaggio tra i fautori del “Sì” -9. La figlia di Walter Tobagi, inoltre, ha riportato alla memoria la trama della P2, mentre Violante ha coniato l’espressione della “casta” per descrivere il pericolo di mille e duecento magistrati senza controllo; un lessico, questo, che Gratteri replica associando la riforma a logge deviate e a delinquenti, completando un cortocircuito in cui ogni posizione viene immediatamente tradotta in un attributo della coscienza civile.

L’intervista al “Corriere della Calabria” rilancia, quindi, una strategia comunicativa già sperimentata: la personalizzazione totale del conflitto istituzionale. La Calabria, evocata dalla giornalista come esempio di territorio spesso “trascurato dall’amministrazione dello Stato”, diventa nella replica di Gratteri il banco di prova di una fedeltà antropologica alla legalità. Chi, in quella regione, dovesse votare “Sì”, verrebbe a trovarsi automaticamente ascritto a quella schiera di indagati o affiliati alla massoneria deviata che, per definizione, non possono che desiderare un sistema inefficiente. L’operazione, dal punto di vista retorico, è lineare nella sua radicalità: non si contesta una norma, si contesta la legittimazione stessa di chi potrebbe sostenerla, spostando la discussione dal piano della ragionevolezza costituzionale al piano della tassonomia penale.

La metamorfosi del pubblico ministero e la memoria delle inchieste incompiute

Mentre Gratteri dipinge lo schieramento avverso come un coacervo di poteri occulti e imputati, riaffiorano nel dibattito elementi relativi alla sua stessa storia professionale. L’ex presidente della Regione Calabria Mario Oliverio, intervenendo in trasmissioni televisive, ha ricordato la propria vicenda giudiziaria: indagato dalla Procura di Catanzaro, all’epoca diretta proprio da Gratteri, subì un obbligo di dimora a San Giovanni in Fiore per un appalto di impianti sciistici; la misura, respinta dal Gip per la richiesta d’arresto ma comunque applicata, venne integralmente annullata in Cassazione, e Oliverio sottolineò come l’appalto contestato risalisse ad agosto 2014, quando ancora non era stato eletto presidente -2. Non è l’unico caso: Piero Sansonetti, analizzando il medesimo filone, ha citato l’operazione “Marin” del 2003, mille carabinieri a Platì, porte sfondate, famiglie divelte, per un risultato di condanne definitive talmente esiguo da far parlare di “metodo” fatto di spettacolarizzazione mediatica e débâcle processuali -2. A questi elementi si aggiunge il dato, richiamato da Oliverio, secondo cui circa un terzo delle indennità per ingiusta detenzione erogate dallo Stato italiano riguarderebbero proprio inchieste della Procura di Catanzaro; un fatto, questo sì, che prescinde dalle opinioni e si misura sulle sentenze e sui risarcimenti.

Nonostante queste crepe nella narrazione dell’infallibilità inquirente, Gratteri prosegue nella sua campagna solitaria. Il procuratore di Napoli si difende dall’accusa di ideologizzazione ricordando di non essere mai stato votato dal Partito Democratico per alcuna delle sue nomine – da Reggio Calabria a Napoli, passando per la Procura Nazionale Antimafia – e lamentando le campagne diffamatorie che subirebbe dal sito di Fratelli d’Italia -3. Ma l’incidente lessicale della “persona perbene”, contrapposta all’indagato e al massone deviato, resterà negli atti del dibattito referendario come una delle cesure più dure, non mitigata da alcuna successiva rettifica.

La posta in gioco, del resto, non è solo la riforma Nordio. Il voto di marzo si carica di significati ulteriori, in un contesto politico che vede Donald Trump nuovamente insediato alla Casa Bianca e un’Europa attenta agli equilibri tra poteri. La riforma sulla separazione delle carriere, che modifica sette articoli della Costituzione, non verrà giudicata dagli elettori soltanto sulla base delle intenzioni del legislatore, ma anche – e forse soprattutto – sulla credibilità dei testimoni che si affollano sui due fronti. E quando un procuratore della Repubblica, in servizio, certifica che votare “Sì” è cosa da indagati, la credibilità dell’intero sistema giudiziario finisce per oscillare sullo stesso crinale.

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